LOCARNO 1925 - 2025
LOCARNO
1925 - 2025
100 ANNI DEL PATTO DI LOCARNO (5-16 OTTOBRE 1925)
100 ANNI DEL PATTO DI LOCARNO
(5-16 OTTOBRE 1925)
Introduzione
Questo sito vuole essere uno strumento per promuovere i contenuti della pagina Facebook Locarno 1925-2025 e, quale complemento, un luogo virtuale dove pubblicare analisi e articoli più approfonditi sul Patto di Locarno e il particolare periodo storico fra il 1919 e il 1929.
Il fatto che maggiormente determinò l’ascesa di Locarno a centro di villeggiatura di rinomanza internazionale fu l’incontro dei capi di sette diversi Governi europei che qui firmarono il “Patto di Locarno”, che avrebbe dovuto garantire un sistema di sicurezza per l’Europa occidentale dopo gli orrori della Grande Guerra e il fragile Trattato di Versailles del 1919. Fu l’evento politico più importante a livello mondiale di quel periodo, e passò alla Storia con il nome di Pace di Locarno portando il nome della località in tutto il mondo. Poco dopo il termine della Conferenza lo sviluppo della regione riprese a pieno ritmo.
Nel corso del 2024, a titolo privato, aprivo la pagina Facebook LOCARNO 1925 – 2025. Non solo per cercare di capire la vita quotidiana a Locarno, e nel Locarnese, nel 1925, per contestualizzare la città e il Ticino nell’ambito internazionale, culturale, sociale, economico e politico degli Anni Venti e valorizzare la nostra memoria sul territorio. Ma pure per valutare l’importanza, la portata e le conseguenze del Patto di Locarno del 1925 a lungo termine.
Molti contributi sono pubblicati a puntate. Per avere una visione di insieme è dunque consigliato sfogliare la pagina per trovarli, oppure di fare ricerche mirate come ad esempio “Nell’attesa dei 100 anni del Patto di Locarno” o “Musiche dagli Anni Venti”.
Francesco Mismirigo
Biografia
Nato a Muralto nel 1958, storico, laureato all’Università di Ginevra nel 1984 in Storia contemporanea e cinema, giornalista RP. Dopo attività giornalistiche in Svizzera romanda e alla Croce Rossa Svizzera, e dopo aver sviluppato le Relazioni pubbliche per Ticino Turismo, egli ha diretto il servizio comunicazione, eventi e PR della FTIA prima di occupare fino al 2016 la carica di Delegato cantonale all’integrazione degli stranieri. Cura inoltre da numerosi anni pubblicazioni a carattere storico, culturale, turistico e ha collaborato a trasmissioni su Rete 1 della RSI.
Appassionato di viaggi, di geografia, di Storia, di geopolitica, di Medio Oriente, di differenze, di cinema e di comunicazione, oggi, diversamente occupato, può finalmente dare spazio al desiderio di scrivere altrimenti, di fare esperienze editoriali alternative e di raccontare il mondo che lo circonda con altri prismi di lettura.
13 dicembre 2025
Bibliografia (parziale) di riferimento per le ricerche sul Patto di Locarno e gli Anni 20.
AA.VV., Il Ticino fra le due guerre, 1919-1939, in «I quaderni dell’Associazione Carlo Cattaneo» n. 62, Lugano 2008
AA.VV., Partire per il mondo, in «I quaderni dell’Associazione Carlo Cattaneo» n. 58, Lugano 2007
AA.VV., Antologia di cronaca del Monte Verità, Locarno 1992
M. AGLIATI, G. MONDADA, Così era Locarno, Locarno 1987
M. AGLIATI, G. MONDADA, F. ZAPPA, Così era il Ticino, Locarno 1992
M. BARDELLI, Breve storia urbana del Comparto di Casa Varenna, in «Bollettino della SSL» n. 28, Locarno 2024, pp. 34-58
P. BERNARDI-SNOZZI, Dalla difesa dell’italianità al filofascismo nel Canton Ticino (1920-1924), Bellinzona 1983
G. BERRUTO, H. BURGER, Aspetti del contatto fra italiano e tedesco in Ticino, Bellinzona 1985
P. BIANCONI, Ticino ieri e oggi, Locarno 1982
E. BILLETER, Die zwanziger Jahre. Kontraste eines, Jahrzehnts, Zurigo 1973
P. BLANCHARD, G. BOËTSCH, N. JACOMIJN SNOEP, Exhibitions. L’invention du sauvage, Paris 2011
R. BROGGINI, La cucina di allora. Per il centenario del comune di Muralto 1881-1981, Locarno 1981
G. CALGARI, Ticino degli uomini, Locarno 1982
L. CASSINA, L’era Motta, in «Arte e Storia» n. 5, Lugano 2001
R. CESCHI, Appunti sulla ticinesità, in «Bloc-Notes» 2-3, Bellinzona 1980
R. CESCHI, Ottocento ticinese, Locarno 1986
R. CESCHI, Nel labirinto delle valli, Bellinzona 1999
G. CHEDA, L’emigrazione ticinese in Australia, Locarno 1979
G. CHEDA, L’emigrazione ticinese in California, Lugano 2005
M. CHIAIS, La propaganda nella Storia, Milano 2010
A. CINGRIA, Itinéraires autour de Locarno, Lausanne 1986
C. DE LORENZI, A. VARINI, Locarno e la sua funicolare, Locarno 1981
C. DE MAZIÈRES, Locarno, Paris 2025
J.-B. DUROSELLE, Histoire des relations internationales. De 1919 à 1945, Paris 2001
M. FAZIOLI, O. GALLI, Manifesti sul Ticino, Locarno 1991
E. GENTILE, Ascesa e declino dell’Europa nel mondo 1898-1918, Milano 2018
F. GIACOMAZZI, Le città importate, Locarno 1998
V. GILARDONI, Le immagini folcloriche del popolo allegro nella prima età del turismo ferroviario, Bellinzona 1981
P. GROSSI, Il Ticino dei ’20, Lugano 1991
J. HARDMEYER, Locarno une seine Thäler, Zurigo 1890
H. HESSE, Ticino, Giubiasco 1980
H. HESSE, Incanto e disincanto del Ticino, Locarno 2013
R. HUBER (a cura di), Il Locarnese e il suo ospedale, Locarno 2000
R. HUBER, RENATO MARTINONI, la cultura nel Locarnese fra Otto e Novecento, in «Bollettino della SSL» n. 19, Locarno 2015, pp. 136-140
M. JUAN, Les années folles, Paris 2024
A. KESSLER, L’esordio del bagno pubblico locarnese, in «Bollettino della SSL» n. 27, Locarno 2023, pp. 46-64
G. MANDOZZI, Elisarion. Un santuario per il Clarismo, Minusio 1996
O. MARTINETTI, La Matrigna e il monello, Locarno 2001
O. MARTINETTI, Fare il Ticino. Economia e società fra Otto e Novecento, Locarno 2013
O. MARTINETTI, Il Ticino sottosopra, Locarno 2021
P. MINDER, La Suisse coloniale, Berne 2011
F. MISMIRIGO, Cabaret : un film allemand, tesi di laurea all’Università di Ginevra, Facoltà di Lettere e Storia, 1984, rel. Prof. J.-C. Favez
F. MISMIRIGO, Un territorio assassinato, Locarno 2023
G. MONDADA, Muralto 1881 prima e dopo, Locarno 1981
R. MOSCA, M. AGLIATI, Ottobre 1925. L’Europa a Locarno, Locarno 1975
E. MOTTA, Dei personaggi celebri che varcarono il Gottardo nei tempi antichi e moderni, estratto in «Bollettino storico della Svizzera italiana 1882-1883», Bellinzona 1884
A. NESSI, Terra Matta, Locarno 2005
E. POMETTA, G. ROSSI, Storia del Cantone Ticino, Locarno 1980
A. ROSSI, Lo sviluppo economico del Ticino: due secoli di critiche (1783-1964), in «Il Cantonetto» n.2, Lugano 2019
J. STILES TYSON, Art Deco, Masterpieces of Art, Londra 2018
J. VINCENT VENNER, Locarno. Ein Führer, Locarno 1927
F. ZAPPA, Il Ticino della povera gente (vol. 1), Locarno 1993
Sono stati consultati online le edizioni dal 22 settembre al 6 ottobre 1925 dei quotidiani «Gazzetta Ticinese» e «Libera Stampa», e de «Il Cittadino» dal 4 al 18 ottobre per gli anni 1926 e 1935. Oltre alle edizioni cartacee dal 4 al 18 ottobre per gli anni 1955, 1965 e 1975 del trisettimanale «Eco di Locarno». Il tutto limitatamente alle possibilità visive dell’autore.
Francesco Mismirigo
13 dicembre 2025
1. dicembre 2025
1. Dicembre 1925: la ratifica a Londra
La stesura finale del Patto di Locarno è firmata a Londra, stabilendo gli aggiustamenti territoriali post-guerra in cambio della normalizzazione delle relazioni con la Germania sconfitta. Al Foreign Office, esattamente il 1. dicembre 1925, sono stati dunque firmati e sono entrati in vigore gli accordi del Patto di Locarno.
Il Patto fu un complesso di atti elaborati durante la Conferenza per la sicurezza e la pace tenutasi a Locarno dal 5 al 16 ottobre 1925. Firmati a Londra il 1° dicembre 1925 dai Delegati di Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia, gli atti erano costituiti da singoli trattati e convenzioni tra diversi Stati. Mentre Polonia e Cecoslovacchia firmarono trattati separati. Il documento fondamentale fu il cosiddetto Patto renano tra Germania, Belgio, Francia, Gran Bretagna e Italia, con cui i primi tre Stati s’impegnarono a non ricorrere alla guerra, se non per legittima difesa o in adempimento di doveri societari, e tutti e cinque a garantire lo status quo territoriale fissato dal trattato di Versailles.
Con esso la Francia otteneva la sicurezza sul Reno e la Germania rientrava con parità di diritto nel rango di grande potenza. Il Patto, che permise l’ingresso della Germania nella Società delle Nazioni (1926), instaurò un periodo di distensione tra le potenze europee (il cosiddetto "spirito di Locarno"). Fu denunciato da Adolf H. il 7 marzo 1936.
Vedasi pure https://www.facebook.com/share/p/1K84cfG1MZ/
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Francesco Mismirigo
1. dicembre 2025
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16 ottobre 2025
Per concludere il Centenario...
E infine arrivò pure il 16 ottobre. Cento anni fa come oggi a Locarno furono parafati i trattati e gli accordi, conosciuti poi come Patto di Locarno. Dal 17 ottobre giornalisti, Delegati e politici ritornarono man mano nei loro rispettivi Paesi per poi ritrovarsi a Londra il 1. dicembre 1925 per la firma ufficiale del Patto.
Per l'Europa, per il mondo ma pure per Locarno si apriva una nuova era. Ma questa è un'altra Storia. Non sarò io a raccontarvela.
A differenza di quanto scrissi lo scorso aprile (https://www.facebook.com/share/p/1C9VVmbtBa/)
questa volta termino davvero questa avventura virtuale che ci ha permesso di conoscere più da vicino gli anni 20 in quasi tutti i loro aspetti, ma soprattutto la Locarno e il Ticino di allora e di guardare in modo particolare dietro le quinte della Conferenza e dei passi che hanno portato alla sua realizzazione.
La mia (la pagina facebook e il sito www.locarno1925.ch) è stata una iniziativa rigorosamente personale, senza nessun sostegno istituzionale o finanziario. Un'avventura dunque libera da ogni impegno, e che ho vissuto con molta passione. Iniziata nell'agosto del 2024.
E con passione e grande interesse ho pure seguito e osservato, forse a volte in modo critico, le proposte per il Centenario. E ringrazio soprattutto la municipale di Locarno Nancy Lunghi e la sua équipe per il grande lavoro svolto, prima e durante, e per essere sempre stata presente ai numerosissimi eventi organizzati (www.locarnocittadellapace.ch), e disponibile sul territorio e fra la gente.
Il Comune di Locarno ha proposto, con i partner sul territorio, una serie di conferenze, di convegni, di incontri, di esposizioni, di concerti e di eventi veramente di qualità. Che figurano tutti sul sito citato. Anche se talvolta alcuni erano un po' troppo di nicchia. Molto bella la nuova grafica dei totem sul percorso dei luoghi della Conferenza, da Locarno a Minusio. Bravi pure per aver evitato il facile (ed errato...) bilinguismo italiano/tedesco per i testi, sia da parte del Comune di Locarno, sia a Orselina. Particolare interesse ha poi suscitato l'originale iniziativa "Train de la Paix". Peccato averla oserei dire offesa, soffocandola fra la pubblicità di sponsor dozzinali di un evento sportivo di massa, che forse poteva essere organizzato altrimenti. Peccato pure per l'iniziativa "Vento di Pace", le cui simboliche vele posate sul lungolago hanno subìto vandalismi e prevedibili danni del maltempo.
Il premio "Locarno Città della Pace" attribuito nell'ambito del Festival del Film e la presentazione del francobollo commemorativo hanno suscitato l'interesse dei media svizzeri e internazionali. I quali però purtroppo non mi sembra abbiano dato il giusto risalto al Centenario nel suo insieme, e in particolare alla Giornata ufficiale del 4 ottobre. I media locali hanno seguito regolarmente l'avanzare dei progetti e hanno dato un buon risalto ai vari momenti. Forse meno alla Giornata ufficiale.
Purtroppo la città e l'agglomerato nel suo insieme (intesi come cittadinanza e operatori) si sono mobilitati un po' troppo poco con attività per il grande pubblico. Come se l'evento non fosse davvero sentito o ritenuto interessante siccome non offriva benefici economici immediati. È stata solo una mancanza di visioni o di stimoli?
Ottime invece le iniziative del Teatro Paravento, dell'associazione Quartiere Rusca Saleggi per i 100 anni della Fontana Pedrazzini, del progetto PublicsPace, dell'associazione Quartiere Rivapiana e le varie esposizioni fotografiche.
Sono però mancate le occasioni di presentare delle retrospettive sul cinema degli anni 20, e/o sugli anni 20, in particolare da parte del Festival del Film, ma non solo. Sono totalmente mancate le iniziative musicali pubbliche dedicate al jazz di quel decennio e/o delle feste o concerti per riprodurre le atmosfere di quegli anni iconici, a complemento delle solite messe di massa organizzate in Piazza Grande. Trovo infine veramente peccato che, sapendolo con largo anticipo, gli enti turistici non abbiano promosso il Locarnese nei sette Paesi che hanno partecipato alla Conferenza, preferendo i soliti e facili mercati germanofoni, in particolare svizzeri tedeschi. In Paesi come ad esempio la Polonia con uno dei maggiori Pil europei. Un'occasione persa per rendere Locarno nuovamente internazionale.
Sull'assenza, sulle responsabilità e sui perché dello stato di luoghi iconici come il Pretorio, il Grand Hôtel e l'Esplanade si è scritto di tutto e di più. Inutile rigirare il coltello nella piaga.
Non penso che ci saranno altre ricorrenze nel 2075 o nel 2125... Il Patto di Locarno ritornerà nei libri di Storia e come molte altre iniziative simili sparirà dai meandri della memoria collettiva. Ma il suo significato, il suo valore e soprattutto il suo Spirito devono assolutamente perdurare. Sta ora alla Città di Locarno e ai suoi politici trovare come realizzare un vero luogo della memoria adatto e valorizzato (ad esempio nel rinnovato Pretorio?), per far si che questo importante evento per l'Europa, per la Pace e il dialogo e per tutta la città e il suo sviluppo d'immagine resti un pilastro della Storia. E soprattutto per non dimenticare. Locarno, città della Pace non deve essere solo uno slogan per fare marketing o creare indotto. Ma una responsabilità da condividere e da promuovere.
Avevo alcuni sogni personali per il Centenario: come vedere almeno la facciata del Pretorio illuminata in modo fastoso, lo stesso dicasi per la fontana Pedrazzini, e soprattutto partecipare ad una giornata speciale al Palacinema, con proiezioni di film d'epoca e una festa jazz in stile anni ruggenti, con luci e suoni. Non avrei avuto i mezzi per realizzare tutto questo, ma penso che nel nostro territorio c'è chi, in sinergia con altri eventi già in programma, ha queste capacità. Credo che nodi amministrativi e burocratici, e forse pure una mancanza di vero interesse, hanno fatto si che il sogno restasse tale.
Vi ringrazio nuovamente per avermi seguito, per l'interesse e per la fiducia dimostrati. Questa pagina facebook, salvo decisioni di Meta indipendenti dalle mia volontà, e il sito www.locarno1925.ch resteranno sempre attivi. Anche per permettere agli interessati di ripercorre i vari aspetti che hanno caratterizzato quel decennio oggi molto in voga in tutta Europa, meno in Ticino.
Francesco Mismirigo
16 ottobre 2025
Copyright FM. Riproduzione vietata senza il permesso dell'autore.
16 ottobre 2025 / 12 dicembre 2025
Settembre 1925. Per Locarno è l'inizio della fine dell'Ottocento.
Uno spaccato di vita quotidiana fra passato e innovazioni
Era un venerdì. Un venerdì qualunque di fine estate. Il cielo era terso, dopo alcuni giorni di pioggia torrenziale, quasi monsonica, come cade forse solo nel Locarnese. Al loro risveglio gli abitanti di Locarno non potevano immaginare che quel giorno avrebbe cambiato il destino della loro sonnecchiante città, e forse pure il loro.
Era il 25 settembre 1925. La città si animava già al mattino presto soprattutto sotto i portici di Piazza Grande, nelle viuzze che salivano verso Città Vecchia e fra l'albergo Métropole e la stazione, là dove si trovava la maggior parte dei commerci. Ognuno specializzato in un particolare prodotto o genere. Numerosi erano gli empori di tessuti e stoffe. Allora i vestiti si cucivano ancora in casa. Il salario mensile medio si aggirava fra i 150 e i 250 Fr. Quello di un muratore era sui 50 Fr. Salari decisamente più bassi rispetto al resto della Svizzera. A causa dei dazi sui trasporti attraverso il San Gottardo, in Ticino i prezzi per i beni di consumo di prima necessità erano relativamente alti: ad esempio un litro di latte costava 0,60 Fr. mentre un kg di pane 0,70 Fr., 1.70 Fr. un pacco di pasta alimentare e 1.75 Fr. un kg di zucchero. Un vestito per signora costava 49 Fr. e una camera matrimoniale completa circa 500 franchi. Nella Locarno del 1925 per la gente comune non vi erano perciò le premesse per offrirsi beni velleitari o di lusso. Era vitale saper operare con le proprie mani e coltivare un proprio orto. La maggior parte viveva grazie a quello che producevano terra, lago e animali. E c’era chi ancora faceva la “mazza”. Ma non mancavano i negozi con beni di lusso, come la Maison de mode Lafayette (nel nuovissimo Palazzo funicolare), la Coiffure e profumeria À la Belle Venise in Via della Posta, la Vetreria Peduzzi in Via Rusca, l’ombrellificio e cappelleria De Donatis in Piazza Grande (Casa Magoria), il negozio di statue, sculture e medaglioni Pedroja pure in Piazza Grande, o il negozio di tabacchi Martinazioli in Via Ramogna.
In città, in particolare in Via Ramogna, Piazza del Verbano (l’attuale Largo Zorzi), Piazza Grande, nelle vie Torretta, Marcacci, Panigari, Rusca e Motta, e nella città alta nelle Vie Cittadella, San Francesco, Sant’Antonio e in Piazza Sant’Antonio si potevano trovare numerosi negozi e empori: tappezzieri, falegnamerie (ad esempio Bettè), ferrarecce (ad esempio Frigerio), lattoniere, chincaglierie, bottai, arrotini (ad esempio Bianda), ramai, sellai (ad esempio Roncaioli). Ma pure modiste, negozi di vestiti e confezioni (ad esempio Meyer), profumerie, mercerie, stirerie, seterie, drapperie (ad esempio Simona), lanerie, cappellerie, calzolai, barbieri, oreficerie (ad esempio Buetti), gioiellerie, farmacie (ad esempio Maggiorini), salumerie, tripperie, macellerie, latterie (ad esempio Cattori), pescivendoli (ad esempio Zaro), fruttivendoli, pastifici, chocolateries (ad esempio Merkur, famoso per le sue profumate esposizioni natalizie), panetterie, pasticcerie (ad esempio Ravelli), drogherie (ad esempio Marci), cartolerie (ad esempio Gamba). Senza dimenticare i negozi di granaglie, porcellane, ceramiche, cornici, specchi, bicchieri, vetri, di mobili (ad esempio Vidoli), di calzature (ad esempio Al Buon Mercato) e di giocattoli (ad esempio Decarli). Oppure giornalai (ad esempio Pozzi), venditori di francobolli, fotografi (ad esempio Steinemann) e librerie, come la celebre Carlsson Internazionale (Casa Wagner) dove si trovavano libri, giornali e riviste in tutte le lingue. In Piazza vi era pure un negozio che vendeva prodotti della valle Onsernone. L'unico grande magazzino era Milliet & Werner, all'angolo fra Via Torretta e Piazza Grande. Nei Comuni vicini come Solduno, Muralto o Minusio c’erano piccoli negozi di alimentari che vendevano un po' di tutto (ad esempio Mismirigo a Minusio). Non mancavano in città le agenzie assicurative e gli istituti bancari, in tutto cinque, il cui più imponente era quello dall'Unione di Banche Svizzere, costruito nel 1901 per ospitare, fino al 1920, la Banca Svizzera Americana, con la sua caratteristica torre per le comunicazioni. Era infatti pure la sede della Posta, del telefono e del telegrafo. Le Agenzie per l'emigrazione verso l'America erano pure ancora molto attive. Una si trovava al pianterreno dell’ex Palazzo del governo, diventato sede della Società elettrica locarnese (poi Sopracenerina) nel 1917. I portici della Piazza e il loro passeggio coperto restavano in ogni caso il vero salotto della città. È interessante notare come certi commerci non solo sono rimasti nelle nostre memorie perché li abbiamo frequentati, ma esistono tuttora.
Per le attività commerciali Piazza Grande era il punto principale di riferimento quotidiano per gli oltre 6000 abitanti della città, ma pure per i 14000 residenti nei Comuni che componevano l'agglomerato (Locarno, Muralto. Minusio, Brione, Orselina, Solduno, allora ancora Comune, e Losone). Ascona aveva 1200 abitanti. Nel 1925 nel Comune di Locarno vivevano ca 2000 stranieri. La popolazione di lingua tedesca, arrivata nel Locarnese fin dall'apertura della linea ferroviaria del San Gottardo nel 1882, viveva in gran parte isolata dalla popolazione locale, in una sorta di volontaria colonia, con scuole riservate ai figli degli impiegati d’oltralpe, chiese evangeliche, giornali come la «Tessiner Zeitung» con sede a Locarno. A Locarno i germanofoni erano circa 900, e il 9 % della popolazione era protestante. A Minusio invece i protestanti erano il 18 % e a Orselina addirittura il 43 %. A comprova della già allora forte presenza di germanofoni, in particolare svizzero tedeschi. Spesso proprietari di pensioni e alberghi sulla collina dove creavano giardini lussureggianti per realizzare in Ticino la loro visione del mitico sud mediterraneo. L’industria dei forestieri, in particolare il settore alberghiero, era però pure visto come foriero di mire pangermaniche. Infatti, dall’inizio del 900 i flussi migratori dal Nord delle Alpi crearono pressioni socio economiche e strinsero il Ticino in una morsa. Il Cantone diventò terreno fertile per chi gridava al cosiddetto ”intedeschimento”, per chi rivendicava più diritti e rispetto da parte di Berna, per chi guardava volentieri all’irredentismo promosso dal fascismo italiano, che non mancava occasione per denunciare la germanizzazione crescente della “stirpe ticinese”. Un clima torbido quello dei primi anni Venti che non lasciò indifferenti gli intellettuali dinnanzi alla trasformazione demografica e linguistica del Ticino. Fra questi vi erano lo scrittore Francesco Chiesa (1871-1973) e l’ingegnere forestale Arnoldo Bettelini (1876-1970), il quale già allora invitava ad aprire gli occhi sugli scempi edilizi che deturpavano la fisionomia di borghi e villaggi, palazzi e chiese. Elvetismo e italofilia crearono tensioni di varia natura, sia fra la gente nei bar, sia nei gremi politici, sia sui giornali.
Era già mattina inoltrata e chi frequentava le scuole era ormai chino sui banchi: alle elementari o alle maggiori in Piazza Castello, alla Normale (magistrale) maschile in San Francesco o alla Normale femminile in Via Cappuccini. C’era pure chi frequentava le lezioni alla Scuola tecnica, al Collegio Papio di Ascona o al Liceo cantonale di Lugano. O i corsi serali organizzati dalla Società dei commercianti. Quel fine settimana certamente molti giovani sarebbero andati all’oratorio di Sant’Eugenio, un centro cattolico in Via Cappuccini che proponeva attività sportive in palestra e all’aperto, animazioni cinematografiche e teatrali. Anche se la maggior parte dei ragazzi giocava ancora sulla pubblica via. Come una eredità della Belle Époque, fino all'inizio della Seconda guerra mondiale la lingua francese, allora principale lingua internazionale, era molto presente pure sulle pubblicità e le scritte commerciali. Fu una sorta di periodo d'oro per il Locarnese dove di fatto le tre lingue nazionali, ma pure l'inglese, coabitavano ed erano regolarmente utilizzate dalla popolazione, in particolare da chi lavorava negli alberghi, nella ristorazione, nei negozi o al Casinò-Kursaal.
Quel venerdì 25 settembre non era giorno di mercato. Quindi la Piazza era più calma. Accanto all’ex Palazzo del Governo, che pochi giorni dopo nel suo salone avrebbe ospitato i rappresentati della stampa di tutto il mondo, sotto la Tettoia del büter c’era comunque chi vendeva latticini, formaggi e formaggini. La bottega della Latteria Cattori, sotto il Palazzo ma lato Piazza Muraccio, era aperta, così come il Bar Verbano lì accanto. I giovedì di mercato invece l’animazione era alta già dal mattino presto. Carri, carretti e alcuni camion portavano le merci. Mentre il tram circolava accanto alle bancarelle. Al mercato arrivava pure gente dalla vicina Italia. E chi non aveva la bancarella, in particolare certe valligiane in costume, esponeva le proprie mercanzie direttamente nel gerlo o su di una stoffa posata per terra. Vi si trovava di tutto: non solo generi alimentari, ma pure utensili per la casa e per la cucina. Alla gente piaceva mercanteggiare e questo attirava la curiosità dei turisti. Il mercato del bestiame si svolgeva invece in zona Muraccio o in Piazza Sant’Antonio. Malgrado le apparenze nulla era frenetico, tutto si prendeva con calma e con un certo distacco.
Anche quando non era giorno di mercato, dai dintorni e dalle valli, col mulo, con un carretto, con barche o con le ferrovie Valmaggina e delle Centovalli molti contadini venivano in città a portare i loro prodotti. Che vendevano poi sotto i portici o sotto i platani dei giardini pubblici accanto al Teatro, realizzato nel 1902. Allora l'economia del Locarnese e delle sue valli, come quella ticinese in generale, era prevalentemente agricola e artigianale. Il settore primario includeva pure la coltivazione della vite e di cereali, la pastorizia e la pesca. Grazie alla realizzazione dell’innovativo impianto di strade a scacchiera del Quartiere Nuovo, voluto da persone che credevano nel progresso ma con rispetto per l’identità e la Storia del luogo e non per mero profitto, a partire dai primi anni del 900 avevano aperto alcune piccole attività industriali, situate soprattutto a ponente della Piazza Nuova, l’attuale Piazza Pedrazzini, dove da aprile 1925 zampillava una monumentale fontana dedicata a Giovanni Pedrazzini (1852-1922), esponente di spicco di quell’emigrazione ticinese della seconda metà dell’Ottocento che fece fortuna. Fra queste vi erano la Swiss Jewel, una fabbrica di cappelli, un saponificio, una fabbrica di gazzose. Vicino al debarcadero si trovava una salina, demolita nel 1926, e dietro alla stazione una birreria. Nella parte alta di Muralto avevano sede alcune fabbriche di orologi. Fin dal 1847 a Brissago c’era una fabbrica di tabacchi mentre una cartiera era attiva a Tenero dal 1854.
La maggior parte dei cittadini di Locarno, per lavoro, per affari o per acquisti si spostava a piedi o in bicicletta. Più raramente in motocicletta. Poche erano ancora le auto in circolazione. Spesso appartenenti a notabili locali, politici o avvocati. O ai tassisti. Camion e furgoni erano forse più numerosi. Ma per il trasporto delle merci si faceva ancora capo a carri trainati da muli o cavalli. I primi autobus postali di linea collegavano già Locarno ad Ascona e Brissago, alla valle Onsernone o alla valle Verzasca. Nel 1925 un’auto “popolare” poteva costare sui 5 o 6 mila Fr. I salari medi di allora non permettevano l’acquisto e la manutenzione di una autovettura. Forse è per questo che in tutto il Cantone a metà degli anni Venti si contavano appena 1000 auto e motociclette. E ciò nonostante un’accresciuta passione dei ticinesi per queste nuove forme di mobilità e per le corse di automobili, fra cui quella svoltasi sulle rampe del Ceneri nel 1923. A Locarno non mancavano benzinai, garages (ad esempio Bianchetti), rivenditori d’auto (ad esempio Motta e Biffoni) e di motociclette e officine di riparazione per biciclette (ad esempio Ambrosoli). E sulla stampa di allora erano numerose le pubblicità per modelli Fiat, Renault, Citroën, Ford.
Come in tutto il Ticino, pure a Locarno le strade erano in generale sterrate o ricoperte di ghiaia, in particolare quelle di transito e del Quartiere Nuovo. La maggior parte dal 1920 erano illuminate da luce elettrica, grazie alla centrale di Ponte Brolla in funzione dal 1904. La diffusione di quelle asfaltate era ancora modesta. Quindi le auto al loro passaggio sollevavano parecchia polvere. Piazza Grande, Piazza Sant'Antonio e le vie della Città Vecchia presentavano invece il caratteristico ciottolato, o erano lastricate con selci o pietre squadrate per facilitare il passaggio dei carri. Nel quartiere della stazione e in Piazza del Verbano si vedevano già vie ricoperte di porfido rosso. Nel 1925 in Ticino solo 2,3 km dei complessivi 921 km di strade cantonali erano pavimentati. Molte dovevano ancora essere ricostruite per potersi adattare al traffico automobilistico. Mentre nei Grigioni solo il 15 giugno 1925 fu permesso ai veicoli a motore di circolare sulle strade cantonali. Due anni dopo, nella sua edizione del 7 gennaio 1927 il giornale locarnese «Il Cittadino» presentò il progetto di autostrada Amburgo-Basilea-Gottardo-Bellinzona-Lugano-Milano, che sarebbe stata collegata alla rete autostradale italiana, inaugurata il 21 settembre 1924 con l’apertura della Milano-Varese. Nonostante il ridotto numero di mezzi in circolazione, gli incidenti stradali non mancavano. Il 12 marzo 1925 il «Corriere del Ticino» così scriveva:
«Le disgrazie auto-motociclistiche sono diventate ormai all'ordine del giorno e così si continuerà sino a che le strade del Ticino non si prestano ad andature sostenute e che certi incroci nei paesi di campagna sono vere trappole a sorpresa. Questo diciamo specialmente per i conducenti d'oltre confine e della Svizzera interna i quali, secondo la nostra opinione, dovrebbero venir messi sull'attenti, prima di entrare nel territorio ticinese, dalle autorità competenti. Ieri l'altro nel Sopraceneri un'auto germanica investiva ed uccideva una giovane sedicenne. Ieri mattina, mentre attraversava in motocicletta il paese di Bioggio, il signor Giuseppe Supersax veniva investito in pieno da una auto proveniente da Milano […]»
Ma la vera grande novità per la mobilità cittadina fu la realizzazione nel 1908 della linea tramviaria fra Piazza Sant'Antonio e Minusio Crocifisso (fino all’Esplanade nel 1914), che passava dalla stazione di Sant'Antonio e davanti al Castello, per poi proseguire attraverso Piazza Grande, Via Ramogna, la stazione FFS, quest’ultima aperta nel 1874, e Via San Gottardo. Dal 1906 una funicolare collegava il centro di Locarno a due grandi alberghi, il Grand Hôtel e il Belvédère, alla Madonna del Sasso e ad Orselina. Nel 1925 i convogli ferroviari per la valle Maggia (in attività dal 1907) e per Domodossola (dal 1923) potevano ancora utilizzare i binari del tram. Per i treni merci fu invece realizzato un binario a scartamento ridotto lungo Via Luini, che dal Castello andava fino al porto.
A Locarno il porto svolse per secoli un ruolo importantissimo, per i commerci e i rifornimenti, e per il trasporto di persone, bestie e merci. Chi nel 1925 aveva 70 anni sicuramente si ricordava di un naviglio che si inoltrava verso la Piazza fino all’altezza di Casa Varenna. E di un porticciolo alla base del Castello, poi interrato, dove nel 1894 furono inaugurate le scuole comunali. E a sud dello stesso la distesa dei saleggi, paludosi e acquitrinosi. Solo il Palazzo del Governo, costruito nel 1837, osava porsi dinnanzi ai portici. Poi nel 1870 fu realizzato un nuovo porto e un lungo filare di platani che già preannunciava lo sviluppo futuro del quartiere: le donne vi si recavano a lavare i panni e ad osservare i pescatori e i barconi che portavano sale di Sardegna, calce di Caldé, granito di Baveno, sabbia e bestiame. Assieme al mercato quindicinale del giovedì in Piazza Grande e a quello di piazza Sant’Antonio, il porto di Locarno era uno dei luoghi più animati della città. Niente di tutto questo nel 1925: al posto del porto c’erano dei meravigliosi ed esotici Giardini pubblici, e per i viandanti c’era un moderno ed elegante debarcadero di ferro e vetro da dove partivano vaporetti privati e grandi battelli a vapore, fra cui lo splendido Piemonte, a destinazione delle Isole Borromee e di Stresa.
In città i turisti erano numerosi in settembre. I più facoltosi alloggiavano al Grand Hôtel, all'Esplanade, al Du Parc, al Regina, al Du Lac, al Reber o al Métropole. Altri preferivano alberghi più modesti, pensioncine o case di cura situate in collina. Fino alla Grande Guerra, nel 1914, i turisti viaggiavano soprattutto nelle stagioni più fresche. La tintarella non era assolutamente alla moda e i vestiti di allora poco si adattavano al gran caldo. Gli anni Venti portarono grandi cambiamenti di costume. Soprattutto nelle grandi metropoli europee e americane le donne cominciarono a portare vestiti sempre più leggeri, corti e discinti, a scegliere acconciature à la garçonne col celebre copricapo in forma di cloche, e ad assumere nuove libertà e nuovi modelli di vita. Nuove destinazioni balneari estive sulle rive Mediterraneo e dell’Atlantico divennero alla moda, come pure le località di montagna. Si riprese a viaggiare, e non lo fece solo la nobiltà su cuscini di rosso velluto. Dunque l'offerta turistica locarnese si adattò a questi cambiamenti sociali e di abitudini. Alberghi e pensioni aprirono le loro porte pure in estate, si creò un primo elegante e moderno stabilimento balneare oltre il Bosco Isolino, il gioco del tennis e quello del golf si diffusero, si stamparono guide turistiche in francese, inglese e tedesco per invitare gli ospiti a scoprire la regione a piedi, in auto, in battello o in treno. E non mancava chi affittava piccoli battelli privati per gite sul lago. Pure i thé-dansants negli alberghi, gli spettacoli musicali e operistici, di cabaret, di varietà e di teatro al Teatro-Casinò Kursaal e le proiezioni di film al Cinema Esperia (oggi Rialto) e al Kursaal (chiamato pure Gran Cinema Locarno) si adattarono ai gusti di una certa clientela estera benestante, che portò così a Locarno novità e aperture su altre realtà culturali, mentali e sociali. Nota curiosa: dagli anni Venti sul «Giornale dei forastieri», pubblicato in tre lingue, venivano regolarmente indicati i nomi degli ospiti in soggiorno a Locarno nei diversi alberghi.
Ai turisti, ma soprattutto ai locarnesi, piaceva inoltrarsi nella “Città giardino”, ovvero il Quartiere Nuovo, caratterizzato a levante da numerose ville circondate da giardini privati, come quelle che stavano attorno alla fontana monumentale, dedicata a Giovanni Pedrazzini, o la fantasmagorica ed esotica Villa Moresca del 1905. Il Quartiere rappresentava la città nuova e moderna, in opposizione alla città vecchia. E la sua realizzazione fu possibile solo grazie alla bonifica dei saleggi in seguito ai lavori di indigamento del fiume Maggia iniziati a fine 800. Che rappresentarono un cambio epocale per la città e un’occasione unica di esemplare sviluppo urbano. I primi stabili costruiti nella zona dei cosiddetti Prati Boletti ad inizio 900 furono la sede della Banca Svizzera Americana, la sontuosa Villa Carmen e il Teatro. Seguì un progetto di strade ortogonali, che sfociò poi nel Piano regolatore del Quartiere Nuovo. La Società immobiliare si occupò della suddivisione delle parcelle e della promozione per la costruzione di stabili, lasciando in un primo tempo liberi i comparti lato lago per la realizzazione di futuri giardini pubblici. Il Palazzo del Pretorio, allora una delle strutture più moderne e imponenti del Ticino, fu costruito nel 1909. E chi passeggiava lungo Via delle Palme quel caldo pomeriggio di fine estate del 1925 non poteva immaginare che dieci giorni dopo avrebbe ospitato i principali capi di Stato europei. E che per dodici giorni sarebbe diventato il centro del mondo.
Non solo nella sua parte più nuova Locarno cambiava aspetto. Infatti, nella città storica ogni generazione e ogni stile architettonico hanno avuto modo di esprimersi e manifestarsi, pur restando vincolati ad una struttura fondiaria medioevale. Ad esempio i palazzi che si affacciavano sull’allora Piazza del Verbano proprio negli anni Venti subirono importanti trasformazioni. Le facciate degli stabili, dal Caffè Svizzero a Casa Varenna, si fecero eclettiche, con ispirazioni neoclassiche o chiaramente liberty, e pure con accenni Bauhaus.
Il primo ente turistico locale, la Pro Locarno e dintorni, fu voluto già nel 1892 da Francesco Balli (1852-1924), Sindaco di Locarno dal 1896 al 1913. Allora erano di gran moda gli itinerari dei laghi lombardi, destinazioni privilegiate dai britannici, che scoprirono così Stresa, e di riflesso Locarno. Balli, politico molto noto del Partito conservatore, promotore e sostenitore di molti progetti di sviluppo urbano della sua città, capì per primo il potenziale naturalistico della regione e il suo possibile sfruttamento in chiave turistica. Che allora non rimava con servilismo e svendita dell’anima e della terra. L’apertura della galleria ferroviaria del San Gottardo nel 1882 portò a sud delle Alpi soprattutto germanici che, spinti da un incontrollabile Drang nach Süden, cercavano, in una Italia miticizzata, esotismo romantico, sensualità antiche, purezza della vita povera e vegetazione lussureggiante. Per trattenerli in Ticino ecco che l’allora propaganda turistica creò l’illusione e il sogno, con immagini di Lugano con un Brè che ricordava il Vesuvio, con pennacchio di fumo, e aranceti che sovrastavano il golfo. Mentre in quelle di Locarno dominava una ricca vegetazione subtropicale e mediterranea, ingentilita da felici e sensuali contadinelle più simili a donne del popolo napoletane e siciliane. “L’industria dei forestieri” era nata: trent’anni dopo avrebbe partorito e sdoganato ticinelle e ticinelli e il falso folclorico. Nel 1925 Locarno non era dunque una sconosciuta località elvetica per le principali Cancellerie europee, grazie anche agli artisti, agli intellettuali e ai politici di mezza Europa che frequentavano i movimenti alternativi del Monte Verità. E ai quali era vicino Giovan Battista Rusca (1881-1961), Sindaco di Locarno dal 1920 al 1961, libero pensatore e radicale, antifascista convinto, amico di politici europei fautori della collaborazione internazionale quali il Ministro degli affari esteri francese Aristide Briand, che sarebbe arrivato a Locarno alcuni giorni dopo.
Nel 1925 la società locarnese nel suo insieme era però ancora molto tradizionale e rurale. L’Ottocento era appena dietro l’angolo. Le famiglie erano generalmente numerose e la religione cattolica giocava un ruolo centrale nella vita quotidiana. Come lo faceva pure la politica, spesso teatro di accese discussioni fra conservatori, liberali e socialisti. L'abbigliamento era semplice e pratico. Ma le pubblicità sui giornali già promuovevano le nuove tendenze in fatto di moda, usi e costumi, di elettrodomestici, automobili e stili musicali. Che poi molti negozi di Locarno proponevano. Le flapper non erano comunque numerose fra gli abitanti della città. Erano soprattutto straniere le donne che si incontravano con un trucco eccessivo, che bevevano alcolici, fumavano in pubblico e guidavano automobili. E soprattutto che rivendicavano una sessualità disinvolta e libera e amavano violare le norme sociali e morali del tempo. A Locarno durante l'estate del 1925 non si viveva certamente la sfrenata agitazione dei Goldene Zwanziger Jahre di Berlino, les Années Folles di Parigi o i Roaring twenties di New York, al ritmo di jazz e di charleston. La divina decadenza degli Anni Ruggenti era ben lontana dalle rive del Verbano e dall'immaginario collettivo locale. Eppure, a poco a poco grazie pure ai numerosi intellettuali e uomini e donne di cultura stranieri che risiedevano nella regione anche le nostre mentalità evolvevano.
A Locarno non mancavano però i luoghi e i momenti per divertirsi. Il Teatro-Casinò Kursaal, inaugurato nel 1902, era il principale centro culturale. Oltre a film, spettacoli teatrali, varietà e operette, il Kursaal, ormai privo dei giochi d’azzardo, proponeva regolarmente tè danzanti, serate di ballo, veglioni e concerti. Ai quali partecipavano i residenti e i turisti. Era il luogo aggregativo per eccellenza della regione. Ma pure i grandi alberghi proponevano serate danzanti e feste, dove dominavano musiche e balli come il fox trot, lo shimmy, il tango e il valzer. Nel 1925 a Locarno il charleston e il jazz erano generi di nicchia. La musica e le danze tradizionali occupavano ancora uno spazio importante nel cuore dei locarnesi.
Grazie ad una ventata di operoso ottimismo e a persone che desideravano allargare gli orizzonti, numerose iniziative private videro la luce all’inizio del Novecento: Locarno potè così offrire ai suoi cittadini palestre e strutture per attività sportive quali la ginnastica (dal 1907), il tennis, il nuoto, il canottaggio, il tiro e il calcio (dal 1906). Ma pure dei velo e moto club. Società che poi animavano la vita cittadina grazie alle assemblee e ai congressi annuali che organizzavano. Non mancarono i meeting di aviazione, le settimane sportive internazionali e le gare di motoscafi sul lago. Locarno, nonostante le apparenze, aveva ormai una vita sociale e culturale intensa, grazie alla vivace intraprendenza di alcuni suoi cittadini, fra cui spiccano i sindaci Francesco Balli e Giovan Battista Rusca, l’imprenditore Giovanni Pedrazzini e l’avvocato Camillo Beretta, sindaco di Muralto dal 1924 al 1932. Quest’ultimo, presidente del locale ente turistico, organizzò e gestì il Foyer de la Presse al Palazzo della Società elettrica locarnese durante la Conferenza della Pace. Grazie a questi visionari si crearono la Società immobiliare per lo sviluppo del Quartiere Nuovo, la Società del Teatro, la Società elettrica, quella per il Museo e per il restauro del Castello visconteo, le società per lo sviluppo delle linee tramviarie e ferroviarie, le associazioni sportive e canore, come la Unione Armonia. Ma pure le prime leghe operaie cattoliche nel 1902, a carattere più mutualistico che sindacale, precedute nel 1864 dalla Società di mutuo soccorso maschile di Locarno. Il Sindacato OCST nasce invece nel 1919. Le iniziative private sono dunque state il vero motore dello sviluppo della Locarno dell’800, ma soprattutto dei primi anni del 900. Le principali furono gestite da un nucleo ristretto di famiglie borghesi e terriere, probabilmente per superare un certo immobilismo dei cittadini e le evidenti ristrettezze finanziarie. Oltre a quelle già citate occorre ricordare le iniziative che portarono alla realizzazione nel 1837 del Palazzo del Governo per volontà di un gruppo di cittadini che, costituendo una Società di azioni, si disse disposto a finanziarlo per «dare una degna casa alle Istituzioni», dell’asilo infantile nel 1845, dell’Ospedale La Carità nel 1872, e alla fondazione della Società Locarnese per l’introduzione del gas nel 1875 e per l’acqua potabile nel 1896.
In città non mancavano le strutture sanitarie. Oltre all’Ospedale La Carità, vi erano studi medici e dentistici, fra cui uno americano, che si indirizzava in particolare agli ospiti esteri. Negli anni Venti in tutto il Ticino la tubercolosi era ancora una malattia molto diffusa, così come le conseguenze dell’influenza detta Spagnola del 1918. Ragion per cui nel 1921 fu istituito a Piotta il Sanatorio popolare cantonale. Nello stesso anno fu creata l’OTAF a Sorengo «per i bambini gracili e malaticci». In Ticino allora la mortalità infantile era elevata: mancanza di igiene, tifo, dissenterie, malattie polmonari, vaiolo, rachitismo, ma pure una certa ignoranza e la diffidenza nei confronti della medicina, potevano essere fatali. Vi era inoltre il problema del risanamento e dell’igiene degli spazi pubblici e privati. Soprattutto nelle città vecchie di Lugano e Locarno, con le loro viuzze sporche e l’accozzaglia di case. Nella prima si scelse una soluzione molto drastica e nel 1939 fu demolita quasi tutta la parte antica della città, il cosiddetto Sassello, che si trovava fra Piazza Cioccaro, la Cattedrale, l’attuale Piazza Battaglini e Via Nassa. Gli abitanti furono alloggiati in nuovi caseggiati a Molino Nuovo. A Locarno invece lo sviluppo della città nel quartiere campagna e soprattutto la realizzazione dell’innovativo Quartiere Nuovo permisero non solo di costruire nuovi alloggi, ma pure di preservare quasi intatta Città Vecchia. Occorreva dunque non solo risanare gli spazi ma pure educare la popolazione e convincerla ad adottare delle minime regole di igiene e ad abitare in case arieggiate, pulite e semplici.
Le sagre, le feste religiose e le processioni, come quella che saliva alla Madonna del Sasso, e i mercati erano momenti importanti di aggregazione sociale e parte integrante della vita comunitaria. La Festa delle camelie, la cui prima edizione fu inaugurata nel 1923, era la principale festa cittadina, a cui tutti partecipavano con carri decorati, battaglie e mercati di fiori, e fantasiose e grandiose ricostruzioni storiche. Un evento che si ispirò a feste simili organizzate a Montreux, Nizza e Sanremo e ai Festspiel federali, una nuova variante delle feste commemorative, con cori e scene di massa. Nei primi anni all’allestimento scenico partecipò pure lo scrittore e artista ginevrino Alexandre Cingria (1879-1945), amico del pittore muraltese Emilio Maria Beretta. Con l’edizione del 1925 iniziarono a circolare i manifesti di Daniele Buzzi (1890-1974) che presentavano Locarno e il Ticino con una forte cromaticità postimpressionista. La Festa si svolgeva in primavera e non lanciava solo la stagione dei forestieri e dei gitanti, ma sdoganava pure un certo falso folclorico ticinese ad usum turisticum. Metteva in scena personaggi quali i ticinelli e le ticinelle allegri e danzanti, che bevevano vino, suonavano il mandolino e portavano zoccoletti per amusieren e rallegrare il loro soggiorno. Una trasfigurazione in chiave allegorica di una certa povertà rurale per divertire i primi turisti di massa. La popolazione locale, già allora piuttosto servile, ben si adattò a questo cambiamento di immagine, figlio del fenomeno degli ottocenteschi “Zoo umani”. Il Carnevale era pure molto sentito: Re Kapiler arrivò nel 1919, seguito qualche anno dopo da Relipak, il Re di Città Vecchia. Mentre la tipica bevanda locarnese chiamata Capiler, prodotta con lo sciroppo di Capelvenere, colava a flotti durante il carnevale, ma non solo.
In città la vita e le giornate scorrevano molto lentamente. Senza troppe preoccupazioni. Quanto succedeva altrove lo si sapeva soprattutto dai giornali, in particolare da «Il Cittadino», giornale liberale locarnese, ma pure fra altri dalla «Gazzetta Ticinese», dal «Corriere del Ticino» o da «Libera Stampa». A Locarno vi erano tipografie (ad esempio Pedrazzini) che da metà ottocento stampavano pure parecchi organi di stampa, fra cui «Il Dovere». Gli apparecchi di radiodiffusione erano numerosi. Anche se trasmettevano soprattutto musica, allora ascoltata grazie a grammofoni, si potevano già captare notiziari da altri Paesi. Nella vicina Italia fascista Mussolini aveva però già capito che la radio, oltre a permettere la propaganda del regime, era un importante mezzo portatore di civiltà, educazione e modernità. Una finestra sul mondo. In Ticino nel 1925 c’era già chi si preoccupava: infatti, dinnanzi alle sirene irredentiste e all’italofilia occorreva affermare i principi del federalismo svizzero. Ragion per cui per contrastare la radio fascista era necessario creare un servizio radiofonico pure nella Svizzera italiana. Nel 1933, due anni dopo le altre due emittenti nazionali, arrivò Radio Monte Ceneri. Mentre dal gennaio 1926 in Inghilterra era in servizio una trasmissione televisiva senza fili. A Locarno le comunicazioni si facevano principalmente tramite posta, telefono e telegrafo. L’unico telefono pubblico era situato nell’altro della stazione. Le notizie circolavano pure nei caffè cittadini. Fra i più frequentati vi erano i Caffè Verbano, Svizzero, Contoli, Commercio e Planzi. Ma pure le confiseries Scheurer/Colonne, coperta da una folta vegetazione, e Ravelli.
La settimana stava per terminare senza molte sorprese. Ma quel venerdì 25 settembre nel pomeriggio ad un certo punto ci fu grande agitazione in Piazza. Le informazioni che già circolavano sulla stampa europea fin dal 20 settembre si confermarono. Commercianti, politici, funzionari, tecnici, notabili, albergatori, ristoratori, uomini di cultura, intellettuali e giornalisti accorrevano a Palazzo Marcacci, convocati d'urgenza dal Sindaco Giovan Battista Rusca. Quest'ultimo aveva infatti appena ricevuto la comunicazione direttamente dall'ambasciata francese a Berna che Locarno avrebbe ospitato dal 5 al 16 ottobre un'importante Conferenza sulla pace in Europa, con decine di politici e delegati di sette Paesi e centinaia di giornalisti da tutto il mondo. Locarno fu improvvisamente proiettata sotto i riflettori dell’attualità internazionale e aveva solo dieci giorni per prepararsi. Per dare alla città un aspetto gradevole e curato. Occorreva reagire subito, uniti, senza polemiche e litigiosità. Ma le notizie allora circolavano con altri ritmi. E lunedì 28 settembre sulla stampa ticinese si poteva ancora leggere che la scelta sarebbe probabilmente caduta su Lucerna.
Perché fu scelta proprio Locarno?
Aristide Briand (1862-1932), socialista indipendente e una delle più interessanti personalità della Terza Repubblica francese, era animato da un’idea europea. Credeva nella rinascita del “concerto europeo” attraverso il ritorno a rapporti armoniosi tra le tre potenze principali: Francia, Gran Bretagna e Germania. La Francia aveva allora un sistema di alleanze con Belgio, Polonia e Cecoslovacchia. L’ex chef de guerre della Francia dal 1915 al 1917, fu pure promotore e patrono degli Stati Uniti d'Europa. Mentre il suo impegno per la pace lo rese uno dei personaggi politici più amati della sua epoca. Riprendendo nell'aprile del 1925 il titolo di Ministro degli esteri, dopo la partenza di Edouard Herriot, Aristide Briand si trovò in una situazione bloccata: il problema dell'evacuazione della zona di Colonia non era risolto, ed era motivo di tensioni con la Germania, strozzata dalle sanzioni e quindi incapace di rilanciare la sua economia. La difficile e importante trattativa commerciale franco-tedesca si trovava in un vicolo cieco: nel marzo 1925, constatando l'entità dei disaccordi e l'impossibilità di superarli, le delegazioni francese e tedesca avevano deciso di separarsi e di fermare la trattativa. Quindi non solo non c'era un trattato, ma nemmeno i negoziati. Le trattative riprenderanno solo nel dicembre del 1925, dopo la conclusione degli Accordi di Locarno in ottobre e la loro firma a Londra il 1° dicembre. Lo stesso avvenne per l'evacuazione da parte degli Alleati della zona di Colonia. Giunto al Quai d'Orsay, Briand trovò sulla sua scrivania la proposta tedesca del Patto del Reno e i prenegoziati tedesco-inglesi.
Da parte francese non esisteva ancora una posizione ufficiale alla proposta tedesca. Briand cercò di ristabilire un fronte franco-inglese attraverso conversazioni private con un partner privilegiato, il Segretario per gli affari esteri Austen Chamberlain (1863-1937). All'inizio dell'estate del 1925 francesi e inglesi, dopo difficili colloqui, si accordarono sulla risposta da dare ai tedeschi: su quali punti dire loro di sì, e su quali dire di no. Il 16 giugno 1925 la Francia notificò ufficialmente alla Germania che intendeva dare seguito alla sua proposta di Patto. Gli attriti internazionali tormentavano dunque la vita politica dell'Europa in quel 1925. Occorreva sanare tale situazione onde impedire che sfociasse in una nuova guerra determinata dello stato di esasperazione nel quale poteva precipitare la Germania. Vi era la necessità d'una conferenza chiarificatrice e non più punitiva, come lo fu invece Versailles nei confronti della Germania. La Gran Bretagna seguiva molto attentamente l'incubare di tale malessere e Chamberlain, anche su richiesta della Germania che voleva assolutamente uscire dal regime delle sanzioni, si fece promotore di un incontro tra le Nazioni interessate a risolvere pacificamente i loro complessi problemi internazionali.
Il 15 settembre, dopo una lunga elaborazione all'interno dell'apparato politico e diplomatico, il Ministro tedesco degli esteri Gustav Stresemann (1878-1929) fu invitato a partecipare ad una conferenza che doveva svolgersi in un luogo neutrale. Si pensò subito alla Svizzera. Losanna fu scelta per prima ma poi, per motivi personali di alcuni ministri e per la volontà di assolutamente avere Benito Mussolini (1883-1945), si pensò a Lucerna. I Paesi a cui venne rivolto l'invito furono, oltre l'Inghilterra promotrice, la Francia, la Germania, l'Italia, il Belgio, la Cecoslovacchia e la Polonia. La conferenza internazionale di pace doveva riunire i grandi di allora. Francia e Inghilterra fra i vincitori della Grande Guerra, il grande perdente, il Reich tedesco, diventato nel frattempo Repubblica di Weimar, e i Paesi che ebbero problemi con la definizione dei loro confini post bellici: Italia, Belgio e le neonate repubbliche di Polonia e di Cecoslovacchia. Ottenute le adesioni, si trattò di stabilire la località nella quale l'incontro avrebbe dovuto svolgersi. Le trattative furono lunghe e laboriose. Ginevra era troppo connotata come Città della Società delle Nazioni. Pure Losanna fu esclusa. Lucerna invece risultava troppo lontana per Mussolini. Un politico che tutti ormai sapevano esser diventato un dittatore, ma che tutti corteggiavano e volevano presente.
Benito Mussolini, Ministro degli affari esteri e presidente del Governo italiano aveva interesse a che la conferenza si tenesse sulle soglie di casa sua. Anche per poter eventualmente fuggire con maggiore facilità. Non intendeva allontanarsi troppo dalle sue frontiere: in tutta la sua carriera politica non visitò alcun Paese straniero se non la Svizzera e la Germania nel periodo dell’alleanza nazi-fascista. Messe d'accordo le quattro grandi potenze, gli altri Paesi accettarono la scelta. E Locarno fu. Località nota ai politici francesi pure grazie alle relazioni personali di Giovan Battista Rusca, e a quelli tedeschi per il movimento del Monte Verità. Un politico e industriale francese, una conoscenza personale del Sindaco Rusca, svolse pure un ruolo importante. Avendo investito nella costruzione della linea ferroviaria Locarno-Domodossola, Louis Loucheur vedeva di buon occhio l'occasione di attirare sulle rive del Lago Maggiore turisti francesi via il Sempione e le Centovalli. Fece quindi pressione sul governo francese affinché si puntasse su Locarno.
Quando venerdì 25 settembre dall'ambasciata francese di Berna giunse l'annuncio ufficiale dell'avvenuta scelta, il Sindaco informò immediatamente il Municipio e questi, assieme alla Commissione di Gestione, concesse i crediti necessari ai lavori e alle opere previste per la buona riuscita dello storico incontro. Ne andava dell'onore della città. Venne formata subito una Commissione organizzatrice. Locarno aveva dieci giorni per prepararsi all'evento. Compito arduo anche perché pochi giorni prima fu colpita da una delle tante alluvioni della sua Storia. Il Sindaco convocò subito il Municipio e le principali associazioni di categoria direttamente interessate.
Dieci giorni non solo per preparare gli alberghi (Grand Hôtel, Esplanade e Du Parc), il luogo dei lavori (Pretorio), il centro stampa (Palazzo Società elettrica), ma pure tutta la tecnologia necessaria (telefoni, telegrafi, linee dirette e ponti radio) e le segretarie, e per abbellire la città. Ovvero rinfrescare gli stabili, sistemare le strade e le illuminazioni pubbliche, curare i giardini pubblici, cercare contenuti per spettacoli cinematografici ai cinema Esperia e al Kursaal, e per spettacoli musicali, lirici, teatrali e di cabaret al Teatro Kursaal, abbellire negozi, bar e ristoranti. Senza dimenticare i dispositivi di sicurezza la cui responsabilità spettava alla gendarmeria cantonale guidata dal capitano Ferrario e da un gruppo di guardie in civile.
Dieci giorni. Oggi sarebbe impossibile. Tecnologia, burocrazia e sicurezza non lo permetterebbero. Eppure allora il coraggio, la forza di volontà, la lungimiranza e le visioni di un Sindaco come Giovan Battista Rusca hanno permesso a Locarno e ai suoi abitanti non solo di fare una bellissima figura e di farsi conoscere internazionalmente, ma soprattutto di agire uniti con fervore e entusiasmo e di entrare finalmente nella modernità e nel Ventesimo secolo. Locarno vinse perché fu unita e non litigiosa. Ma forse pure la tranquillità e la discrezione che caratterizzavano allora questo angolo della Svizzera fu uno dei motivi della scelta. Un coin de Paradis.
Francesco Mismirigo
16 ottobre 2025
Testo pubblicato nella Rivista della Società Storica Locarnese, N.29/2025
Copyright FM. Riproduzione vietata senza il permesso dell'autore.
09 ottobre 2025
Un 7 ottobre 1925 ad Ascona
Aristide Briand, una figura chiave durante la Conferenza di Locarno. Il 5 ottobre 1925 la Conferenza si aprì a Locarno al Pretorio. Il ruolo del ministro degli esteri francese Aristide Briand a Locarno fu decisivo. Nei mesi precedenti, l'incontro diplomatico fu preparato con molta cura da inglesi, francesi e belgi, e con colloqui, spesso difficili, con i tedeschi. Ma al momento dell'apertura della Conferenza nulla era definitivamente acquisito: tra le posizioni degli Alleati e quelle dei tedeschi c'era molta strada da percorrere, che richiedeva ancora difficili trattative. Gli accordi che dovevano essere conclusi al termine della Conferenza avrebbero potuto portare ad una revisione dei trattati del 1919, o dovevano consolidare la situazione internazionale creata da questi trattati? Questo era il dilemma.
Durante la Conferenza, e parallelamente alla trattativa ufficiale che si svolgeva al Pretorio, grazie alla sua abilità di negoziatore Briand condusse conversazioni informali con i suoi partner tedeschi, il Cancelliere Luther e Gustav Stresemann. Questi colloqui privati furono decisivi per superare gli ostacoli che ancora separavano i tedeschi dagli Alleati. Briand cercò innanzitutto di convincere il cancelliere Luther, che era anche a capo della Delegazione tedesca. All'inizio della Conferenza lo invitò in una locanda di Ascona, l'"Albergo Elvezia". Attorno a un tavolo, senza collaboratori e al riparo dai giornalisti, Briand, secondo un metodo che gli piaceva, ha parlato a lungo con il cancelliere tedesco e per la prima volta ha usato la parola "europeo". "Signor Cancelliere, lei è tedesco, quindi europeo; io francese, quindi europeo; allora perché non dovremmo parlare europeo?" Alla fine dell'incontro si chiamarono "mio caro amico". Ad Ascona gran parte della strada che restava da percorrere fu percorsa meglio e più rapidamente di quanto si sarebbe potuto fare nelle sedute ufficiali, in mezzo a tutto l'apparato delle varie delegazioni.
Un'altra conversazione rimasta famosa fu quella del 10 ottobre. Quel giorno era il compleanno di Madame Chamberlain, moglie del capo della Delegazione inglese. In suo onore i signori decisero galantemente di organizzare una gita sul Lago Maggiore con un battello che si chiamava "Fiori d'arancio". Tout un symbole ! Durante l'escursione in uno scenario incantevole, Briand, che credeva di aver convinto Luther qualche giorno prima sotto la pergola dell'"Albergo Elvezia", si mise a convincere pure Stresemann.
In breve tempo i punti di vista si avvicinarono tanto che, pochi giorni dopo, con l'adesione alla Conferenza di italiani, belgi, polacchi e cecoslovacchi, si poté giungere alla firma degli accordi, il cui annuncio suscitò giubilo nella popolazione locarnese, e speranza in tutto il mondo. Purtroppo la Pace di Locarno non fu duratura ma non dobbiamo per questo sottovalutare il valore di quanto tentato a Locarno, non solo tentato, ma compiuto nell'ottobre del 1925.
Non si può rimproverare agli artefici degli accordi di Locarno di non essere andati oltre quanto consentiva la situazione del 1925. Soprattutto non possiamo biasimarli per quanto accaduto successivamente, di cui non hanno alcuna responsabilità: la morte prematura di Stresemann, la crisi, l'ascesa del nazismo e tutte le loro conseguenze.
La tragica fine di Locarno e del suo "Esprit" avvenne il 7 marzo 1936 quando Hitler, rimilitarizzando la Renania, stracciò gli accordi di Locarno, e i firmatari dell’ottobre 1925, o i loro successori, dimenticarono le loro firme non reagendo. Eppure avrebbero avuto il diritto di reagire, e il dovere di tutelare la Pace.
Sarebbe ingiusto far sopportare agli uomini del 1925 e alla loro opera le responsabilità che furono quelle degli uomini del 1936.
L'opera di Locarno resta nella memoria degli Uomini come l'impresa più seria, dopo la Grande Guerra, di costruire la Pace. Un onore per Locarno aver ospitato questo tentativo. (2 e fine)
Fonte: conferenza di Jacques Bariéty, 1985
Vedasi pure la prima parte
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Francesco Mismirigo
09 ottobre 2025
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09 ottobre 2025
Non solo Centenario (1)
Fra due primedonne e tanti servi di un solo padrone, la parda fa i gattini ciechi
Illuminante il film documentario di Clémentine Meyer passato lo scorso 14 agosto nell'ambito della 78ma edizione del Festival del film di Locarno e dal titolo "Du cryptocommunisme à la pornographie : une histoire alternative du Festival de Locarno"
Con fatti, documenti e testimonianze alla mano, il documentario dimostra quanto in Ticino, ma in particolare nel Locarnese, la cultura sia stata, e lo è tutt'ora, pensata soprattutto in chiave turistica e dal mondo turistico. Una lobby molto potente nonostante i suoi continui piagnistei. Dalla Festa delle Camelie nel 1923 ai vari concerti e spettacoli di massa estivi attuali, passando dal Festival del film e dalle Feste della Vendemmia, la cultura serviva, e serve, innanzitutto a intrattenere e divertire i turisti in vacanza e a creare guadagni. Poco importava se i film delle prime edizioni fossero scadenti, se ci si presentava come allegri bevitori di vino poco affidabili su carri fioriti, o se le proposte musicali erano per germanofoni. L'importante era creare prima l'illusione del glamour sotto le palme, e poi l'immagine di una colonia perfetta, diventata per finire un grande luna park per il turismo di massa.
Finito il Festival alcune attività locarnesi chiudono e finita l'estate e le numerose sagre autunnali, rassegne gastronomiche e feste tradizionali, soprattutto nelle Valli, a chi abita, studia e lavora nella regione resta il senso di un grande vuoto culturale. Anche se spesso è solo una impressione. Infatti non mancano film, spettacoli teatrali, concerti di musica classica e non, esibizioni natalizie. Poche invece le mostre "fuori stagione". E poi ci sono l'attivissimo Jazz Cat Club di Ascona e a Locarno Winterland sotto Natale.Tante attività, spesso di nicchia e non massificate.
Ma Locarno interessa le masse soprattutto nei mesi caldi perché è un contenitore che si può sfruttare in chiave turistica. Poco importano i suoi abitanti e le loro esigenze. Ma siccome per scelta non si riesce ad andare oltre i mercati svizzeri tedeschi e germanici, sono loro che dobbiamo amusieren. Quindi si deve concentrare tutto da giugno a ottobre, durante le loro vacanze. Ed ecco che ora le due nuove prime donne dell'estate locarnese, Maja Hofmann e Dani Büchi, se la contendono. Mentre i servi di un solo padrone, ovvero politica e mondo turistico locali, tremano per paura di perdere indotti.
Oggi si parla di destagionalizzare. Mi sembra una buona idea, soprattutto per evitare la dannosa tendenza dell'overtourism estivo. Ma oggi, in Ticino come altrove, se non si propongono esperienze fun e adrenaliniche i territori non interessano più. Fino ad alcuni anni fa si proponevano le emozioni che, dalle Maldive all'Alaska passando dal Ticino, potevano suscitare paesaggi e monumenti e la loro scoperta. Oppure la ricerca del contatto con gli autoctoni. Oggi invece tutto il territorio diventa un grande luna park, uno spazio da consumare e sfruttare. In modo individualistico. E se possibile condito da miliardi di inutili selfies. Poi non stupiamoci se turisti maleducati e arroganti vandalizzano vette come il Basodino, impongono di zittire mucche e campanili. O se a Barcellona c'è chi sputa contro i turisti.
Il modo con cui si promuove è importante perché il territorio non è solo limitato ma pure molto fragile. E una volta rovinato restano solo i cocci, come sulle coste del Montenegro o a Benidorm.
Non conosco una ricetta ideale per realizzare un turismo armonioso e equilibrato, che rispetti il territorio che lo ospita e risponda alle esigenze di chi lo abita, di turisti sempre più massificati e nel contempo di chi, giustamente, vuole trarre benefici. Ma nel caso del Ticino e del Locarnese in particolare penso che una soluzione possa essere trovata sviluppando maggiore rispetto da parte nostra per la nostra identità e cultura di lingua italiana in Svizzera, meno servilismo, la ricerca di mercati e target che non siano solo quelli facili, soliti e germanofoni, e soprattutto un maggiore ascolto delle esigenze dei residenti. Raramente ascoltati. E soprattutto pensando a ulteriori eventi e proposte variegati e di qualità, organizzati non solo in estate ma in primis per chi qui vive e abita, e che di riflesso poi possono attirare turisti. Che ospiti sono e ospiti restano. E non sostenendo solo mega concerti che impongono le loro volontà.
Il pericolo per una regione come il Locarnese, dedicata unicamente alla monocultura economica del turismo di massa e a quello per anziani svizzeri tedeschi per i quali sono proposte lussuose Senioren Residenz, non è solo l'invecchiamento della popolazione con il conseguente aumento dei costi della salute, ma pure il crollo economico allorché eventi esterni come catastrofi naturali, crisi internazionali o semplicemente chiusure di strade e ferrovie la colpiscono. Ragion per cui la fortissima lobby turistica e il mondo politico locali portano una grande responsabilità quando, spesso accecati, pensano soprattutto al benessere e all'indotto di ristoranti, alberghi, o promotori immobiliari, e meno al ben essere (due parole!) dei residenti. Che oggi, per fortuna, non sono più solo passivi ticinelli con mandolino pronti a svendere tutto per un tozzo di pane.
E forse bisognerebbe pure riflettere sia sul senso di voler a tutti i costi sempre viaggiare e consumare, sia sulle conseguenze di una certa veloce democratizzazione delle masse promossa però senza una sufficiente educazione al rispetto altrui.
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La Storia politica del Festival del film di Locarno. Un universo alla mercè della lobby turistica, della guerra fredda e di certi moralismi locali (1946-1983)
Du cryptocomunisme à la pornographie: une Histoire alternative du Festival de Locarno.
Francesco Mismirigo
09 ottobre 2025
Copyright FM. Riproduzione vietata senza il permesso dell'autore.
21 settembre 2025
Un'occasione persa
Dal 25 maggio al 15 settembre 1973 il Kunstgewebemuseum di Zurigo presentò una importantissima e completa retrospettiva sugli anni 20 e i suoi contrasti, in tutti i suoi ambiti, dalla politica al design, dal teatro alla socialità, dall'economia all'architettura, all'arte, al cinema ecc. Fu la prima vera (ri)scoperta di quel decennio.
Sarebbe stato oltremodo interessante se la Città di Locarno e per essa i suoi spazi espositivi pubblici e privati, nonché il Festival del Film e Jazz Ascona avessero colto l'occasione del Centenario del Patto di Locarno per organizzare pure mostre, esposizioni, concerti, momenti ludici popolari, spettacoli o rassegne cinematografiche dedicate a quel decennio particolare e irripetibile. Un'occasione per guardare oltre il Patto e la Pace, per inserire quei giorni di ottobre 1925 nel contesto globale degli anni 20.
Irripetibile come lo è pure l'occasione unica che offre questa ricorrenza per rilanciare altrimenti, e senza influencers, l'immagine del Locarnese. Oltre i cliché delle palme, del sole, del turismo di massa e dei ticinelli.
Occorre segnalare l'importante e completa esposizione di Parigi sull'Art déco, cento anni dopo quella che diede un nome iconico a tutto un periodo storico e artistico. https://madparis.fr/1925-2025-Cent-ans-d-Art-deco
Francesco Mismirigo
21 settembre 2025
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21 settembre 2025
Nel 1925 la Conferenza internazionale portò il nome di Locarno in tutto il mondo. Senza concetti di marketing. Ad esempio molte sale da ballo e molti dancing adottarono il nome di Locarno fino agli anni 90. Un bel colpo per l'immagine della città. E oggi?
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Francesco Mismirigo
21 settembre 2025
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21 settembre 2025
Solo 10 giorni per preparare la Conferenza
Fu solo il 25 settembre 1925 che in una assolata e un po' addormentata Locarno d'inizio autunno giunse al Sindaco Giovan Battista Rusca, direttamente dall'ambasciata francese a Berna, la notizia che la città sul Verbano era stata scelta per accogliere dal 5 ottobre una Conferenza internazionale di pace con i grandi di allora: Francia e Inghilterra fra i vincitori della Grande Guerra, il grande perdente, ovvero la Germania, diventata nel frattempo Repubblica di Weimar, e i Paesi che ebbero tensioni per la definizione dei loro confini post bellici. Ovvero, l'Italia, il Belgio, l'Olanda e le neonate repubbliche di Polonia e di Cecoslovacchia.
Locarno aveva solo 10 giorni per prepararsi all'evento.Compito arduo anche perché pochi giorni prima fu colpita da una delle tante alluvioni della sua Storia. Il sindaco Rusca convocò subito il municipio e le principali associazioni di categoria direttamente interessate.
10 giorni non solo per preparare gli alberghi (Grand Hôtel e Esplanade), il luogo dei lavori (Pretorio), il centro stampa (Sopracenerina), ma pure la tecnologia necessaria (telefoni, telegrafi, linee dirette e ponti radio), le segretarie, e per abbellire la città. Ovvero pitturare gli stabili, sistemare le strade e le illuminazioni pubbliche, curare i giardini pubblici, ricercare soggetti per spettacoli cinematografici al Cinema Esperia, oggi Rialto, e al Kursaal, e per spettacoli musicali, teatrali e di cabaret al Teatro Kursaal, abbellire negozi, bar e ristoranti. Senza dimenticare i dispositivi di sicurezza. E improvvisamente i prezzi nei negozi, bar e ristoranti aumentarono...
10 giorni. Oggi sarebbe assolutamente impossibile. Tecnologia e burocrazia non lo permetterebbero. Eppure allora il coraggio, la forza di volontà, la lungimiranza e le visioni di un sindaco come Rusca hanno permesso a Locarno e ai suoi abitanti non solo di fare una bellissima figura e di farsi conoscere internazionalmente, ma soprattutto di entrare finalmente nella modernità e nel ventesimo secolo.
Locarno vinse perché fu unita e non litigiosa. Come fin troppo spesso accade oggi.
Francesco Mismirigo
21 settembre 2025
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21 settembre 2025
Gli obiettivi perseguiti dalle singole nazioni presenti a Locarno
Germania
A Locarno la Germania accettò liberamente l'inviolabilità delle frontiere occidentali mentre ad est, sottoscrivendo trattati d'arbitrato, rinunciò al revisionismo con la forza delle armi. In cambio ottenne un nuovo ruolo tra le altre potenze europee e il sostegno per essere ammessa alla Società delle Nazioni.
Francia
Nel dopoguerra la Francia era convinta che la sua sicurezza fosse garantita solo dall'applicazione rigorosa di Versailles. Nel 1924 cambiò atteggiamento e accettò di discutere un sistema di sicurezza collettivo nell'ambito della Società delle Nazioni. A Locarno la Francia ottenne la garanzia della Gran Bretagna e dell'Italia per le sue frontiere con la Germania e consolidò le sue alleanze con la Cecoslovacchia e la Polonia.
Belgio
Dopo la grande guerra il Belgio cercò di garantire la propria sicurezza mediante accordi con la Francia e, senza esito, con la Gran Bretagna. Nel 1925 voleva soprattutto evitare di essere escluso da accordi sulle frontiere che lo riguardavano.
Gran Bretagna
Dopo la crisi renana la Gran Bretagna si era convinta di dover dare maggiori garanzie alla Francia se voleva convincerla a essere più conciliante. A Locarno assunse il ruolo di mediatore favorendo la distensione. Non accettò di garantire i confini ad est perché non rientravano nel suo ambito strategico e perché reputava inevitabile una loro revisione.
Italia
L'Italia fu invitata alla conferenza perché Potenza membro del Consiglio della Società delle Nazioni. Mussolini chiese invano garanzie per la frontiera del Brennero temendo l'Anschluss dell'Austria, ma la questione non fu discussa. La presenza di Mussolini alla seduta conclusiva della Conferenza ebbe lo scopo di consolidare il prestigio internazionale del Duce.
Polonia
La Polonia, alleata con la Francia, aveva rapporti conflittuali con la Germania per la questione delle minoranze, il corridoio di Danzica e il commercio del carbone. Riteneva di essere una potenza, ma di non essere riconosciuta come tale. A Locarno dovette accontentarsi di un ruolo di secondo piano. Non nascose la sua delusione per i risultati raggiunti.
Cecoslovacchia
La Cecoslovacchia era alleata alla Francia, ma anche in buoni rapporti economici con la Germania. A Locarno fu co- stretta a un ruolo di secondo piano. Riteneva però utile il Trattato d'arbitrato con la Germania perché frenava il movi mento separatista dei Sudeti e perché aveva fiducia nella Società delle Nazioni e nel sostegno della Francia.
IL RUOLO DELLE GRANDI POTENZE DIETRO LE QUINTE
Stati Uniti d'America
L'isolazionismo degli USA era relativo: nel contesto europeo avevano sostituito la diplomazia tradizionale con la "politica del dollaro". Premevano a favore della distensione perché favoriva il ricupero dei prestiti di guerra concessi alla Francia e alla Gran Bretagna e facilitava gli investimenti in Germania.
URSS
L Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche non fu invitata a partecipare alla Conferenza di
Locarno. Fece però pressioni sulla Germania e sulla Polonia perché temeva che il riavvicinamento tra le potenze occidentali potesse preludere alla nascita di un fronte antisovietico.
Francesco Mismirigo
21 settembre 2025
20 settembre 2025
Altri tempi per la sicurezza
La Gendarmeria cantonale, posta agli ordini del comandante Ferrario, svolse nei giorni della Conferenza un duro lavoro, preoccupata soprattutto dell'incolumità di Stresemann, minacciato dai attivisti tedeschi, e poi, ma per un solo giorno, di quella di Mussolini.
L'esito del lavoro svolto dalla sicurezza locale fu ottimo, come lo dimostrò in particolare una lettera elogiosa del ministro britannico Sir Chamberlain. Riconobbe l'efficienza della Polizia, la sua discrezione, la sua abnegazione. Il Capo del Dipartimento federale di Giustizia e Polizia a Berna fu congratulato dai Governi rappresentati a Locarno.
Oltre il servizio d'ordine della Polizia cantonale ogni Delegazione aveva una scorta che non poteva, almeno ufficialmente, disporre di armi. La più attrezzata fu quella germanica: fu questa scorta a far sopprimere un viaggio in treno da Bellinzona a Locarno il 4 ottobre e far giungere in città la Delegazione a bordo di un corteo di Mercedes. Si temeva infatti un attentato.
Furono ancora essi che si allarmarono quando Stresemann accusò poco dopo il suo arrivo all'Albergo Esplanade, un leggero malessere. Si sparse la voce che il ministro germanico fosse stato avvelenato e i giornalisti si misero in fermento. Ma Stresemann la sera stessa si fece vedere pimpante.
Una sera, chissà per quale guasto, mancò la corrente elettrica e fu buio in parte di Locarno, a Muralto e Minusio. Vi furono momenti di trepidazione. Fortunatamente l'interruzione durò poco ma il giorno dopo però non si trovava nessuna lampada a pila in tutta la città. Erano state acquistate dai servizi di sicurezza delle varie Delegazioni.
Oggi per una simile Conferenza internazionale si mobiliterebbero l'esercito, i servizi segreti, tutte le polizie cantonali, l'Interpol, la Nato, la CIA e il KGB...
Francesco Mismirigo
20 settembre 2025
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20 settembre 2025
Locarno, al centro dell'interesse mediatico mondiale
La stampa presente a Locarno in quell'ottobre 1925 proveniva dai seguenti Paesi (tra parentesi il numero dei giornalisti accreditati): Germania (20), Argentina (2), Austria (3), Belgio (2), Lussemburgo (2), Inghilterra (8), Bulgaria (1), Cina (1), Egitto (1), Spagna (1), Francia (9), Grecia (1), Olanda (1), Ungheria (3), Italia (8) Lituania (2), Polonia (5), Sarre (1), Svizzera (19), Russia (1), Ukraina (1), Cecoslovacchia (1), Stati Uniti (7).
Oltre i giornalisti elencati ben 22 agenzie stampa di tutto il mondo avevano inviato i loro corrispondenti per un totale di altre 110 persone. Locarno era effettivamente al centro del mondo e quanto succedeva in città era di interesse internazionale. Solo il Consiglio federale e il Consiglio di Stato ticinese sembravano indifferenti...
I giornalisti non davano tregua al Delegati: erano sempre a caccia di notizie e intendevano procurarsele con ogni mezzo possibile. Un servizio di sicurezza impediva alla stampa di penetrare nel Palazzo del Pretorio: doveva rimanere all'esterno sul marciapiede opposto all'ingresso e qualsiasi infrazione a questa regola era punita con il ritiro della tessera di accredito. L' avv. Beretta non scherzava su questo punto. Quindi i giornalisti cercavano di raggiungere i Delegati nei corridoi del Grand Hôtel, oppure in occasione di varie escursioni nella regione e sul lago.
Non sempre i Delegati erano impegnati in conversazioni politiche o in gruppo: qualche volta si concedevano pure distrazioni solitarie. Una sera Aristide Briand, capo della Delegazione francese, era solo al Cinema Kursaal a godersi un film comico quando una dei suoi segretari lo avvicinò al buio siccome dei giornalisti lo volevano incontrare: Briand irritato rispose ad alta voce: "Debrouillez-vous".
Gran parte della popolazione del Locarnese e delle Valli era interessata anche a marginali addentellati con la Conferenza. Elemento di curiosità, ad esempio, era pure l'impianto di telegrafo Morse, Hugues e Siemens messo al servizio delle delegazioni e dei giornalisti.
Venne anche istallato un ufficio Marconi: i dispacci venivano inviati via radio a Berna e da li diffusi in tutto il mondo. Una novità che Locarno non conosceva ancora. A questi servizi erano addetti una quarantina di dipendenti delle PTT, tutti poliglotti.
Nel Palazzo del Pretorio però era di servizio, ai telefoni, solo la signora Angela Vela di Locarno. All'unica donna tra i delegati le PTT svizzere confidarono il servizio telefonico durante tutto il periodo della Conferenza della Pace del 1925. Aveva un ufficio nel Palazzo del Pretorio e disponeva di 18 linee collegate con tutti i Paesi europei. Una centrale di smistamento provvisoria era stata installata nella ex Casa Gianella, di fronte al Pretorio, oggi demolita.
Le signora Vela era l'unica donna che avesse accesso Palazzo della Conferenza: giovane e carina era oggetto di curiosità internazionale. Ed era tenuta al più rigoroso segreto.
Tutti i capi delle Delegazioni presenti a Locarno invitarono i giornalisti accreditati ad una conferenza stampa: la prima fu tenuta alle 9.30 del 5 ottobre 1925 da Sir Chamberlain al Grand Hôtel (i giornalisti infatti non potevano entrare per ragione alcuna nel Palazzo Pretorio ed avevano il loro foyer nel Salone della Sopracenerina). Durante tutta la Conferenza, dal 5 al 16 ottobre 1925 la Sopracenerina fu dunque la sede del circolo della stampa, fondato per l'occasione da Camillo Beretta, Sindaco di Muralto.
Fu soprattutto nell'elegante salone al primo piano che gli oltre duecento giornalisti accreditati provenienti da tutto il mondo lavoravano.
Alle ore 11.30 di quel 5 ottobre si svolse anche la prima seduta delle Delegazioni al completo.
L'ultima conferenza stampa fu quella indetta da Benito Mussolini il 15 ottobre giorno del suo arrivo. Al suo ingresso nella sola della riunione i giornalisti di sinistra si allontanarono ostentatamente: il Duce non ne fu sorpreso e turbato e l'astensionismo non provoco alcun altro incidente.
Il 17 ottobre il ministro francese Aristide Briand invitò le Delegazioni, la stampa e le autorità cittadini per un aperitivo a bordo di un battello sul lago.
Francesco Mismirigo
20 settembre 2025
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19 settembre 2025
Francesco Balli, il Sindaco che portò Locarno nella modernità. E la preparò per il 1925.
Sindaco di Locarno dal 1896 al 1913, Francesco Balli è ricordato pure come l'ideatore della linea ferroviaria Locarno-Domodossola. È infatti lui che nel 1898, a nome di un comitato, sottopone al Consiglio Federale la richiesta di una concessione per la sua costruzione.
Dalla sua mente nasce la visione di un collegamento in rottura con lo schema tradizionale delle vie di comunicazione costruite sull'asse nord-sud, per investire invece su un collegamento est- ovest sulle tracce di una direttrice che da tempi antichi aveva caratterizzato il popolamento dell'arco subalpino. Un collegamento che fosse allo stesso tempo regionale e internazionale, così da togliere dall'isolamento una valle dimenticata e, parallelamente, inserire la sua città sullo scacchiere delle vie di comunicazione europee.
La data non è casuale. Nel 1898 prende infatti avvio il cantiere di scavo del traforo del Sempione. Collegare Locarno con Domodossola equivale quindi a connettere tra loro le due principali vie di comunicazione attraverso le Alpi (Gottardo e Sempione) e, allo stesso tempo, avvicinare le due Svizzere minoritarie (romanda e italiana), rafforzandone i legami. Nello stesso anno ricorre ugualmente il centenario dell'indipendenza del Canton Ticino che, dopo tre secoli di dominio confederato, sta infine compiendo passi decisivi verso un rapido sviluppo socio-economico.
Quale sindaco di Locarno contribuì in modo decisivo a disegnare il volto moderno della città e della regione circostante, in particolare grazie alle costruzioni ferroviarie regionali, alla funicolare, alle linee tramviarie, all'illuminazione pubblica, alla realizzazione del Grand Hôtel e alla fondazione della Pro Locarno. Fu membro del consiglio di amministrazione del circondario 5 delle FFS (1905-09) e amministratore della Società di navigazione del Verbano.
Appartenente a una benestante famiglia locarnese, Francesco Balli (1852-1924) ha coperto numerose cariche politiche ugualmente a livello cantonale e federale. L amore per la sua terra e le sue straordinarie qualità ne fanno una delle personalità più in vista della sua epoca in Ticino e in Svizzera. Non sorprende allora leggere nel necrologio alla sua morte: "A Francesco Balli spetta in modo preminente il merito della trasformazione che ha fatto di Locarno e dei suoi dintorni uno dei luoghi più belli al mondo."
Si può senza dubbio affermare che Balli e Giovan Battista Rusca, che divenne sindaco dopo di lui, furono le autorità locarnesi con più visioni, volontà e lungimiranza di tutto il ventesimo secolo. Qualità nel frattempo mai eguagliate da altri. Forse ancora troppo litigiosi, servili e ingessati da privilegi o conflitti di interessi.
Francesco Mismirigo
19 settembre 2025
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18 settembre 2025
Louis Loucheur, lo sconosciuto...
Sui motivi, quelli ufficiali, che spiegano la scelta di Locarno quale luogo per la Conferenza sulla Pace del 1925 ho già avuto modo di scrivere in questi mesi
(vedasi i link
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Ma un politico e industriale francese, una conoscenza del Sindaco Rusca, svolse pure un ruolo importante. Avendo investito nella costruzione della linea ferroviaria Locarno Domodossola, Louis Loucheur vedeva di buon occhio l'occasione di attirare sulle rive del Lago Maggiore i turisti francesi via il Sempione e le Centovalli. E quindi fece pressione sul governo francese affinché si puntasse su Locarno.
Ricordiamo che i lavori di costruzione della ferrovia iniziarono nel 1912 sul versante italiano, e nel 1913 su quello elvetico, ma l’attività si interruppe già nell’autunno del 1913, a seguito del fallimento della Banca Franco-Americana. Trovati nuovi finanziatori nel gruppo tecnico-finanziario Giros e Loucheur di Parigi, specializzata pure nella costruzione di strutture ferroviarie, i cantieri riaprirono nel febbraio 1914, ma con lo scoppio della Prima guerra mondiale nell’agosto dello stesso anno, vennero sospesi i finanziamenti da parte francese costringendo all’interruzione dei lavori sulla tratta svizzera. La ferrovia Locarno Domodossola fu poi inaugurata nel 1923.
Louis Loucheur (1872-1931) fu uomo politico francese e ingegnere. Entrò nella vita pubblica nel dicembre 1916, quando Aristide Briand gli affidò uno dei sottosegretariati nel suo ministero. Ministro nei gabinetti Painlevé e Clemenceau, ebbe parte notevole per le stipulazioni economiche del trattato di Versailles. Fu poi nuovamente ministro per le regioni liberate, nel sesto gabinetto Briand (1921-1922), per il commercio e l'industria nel gabinetto Poincaré (1924), e per le finanze nel settimo gabinetto Briand (1925).
Più che uomo politico, Loucheur fu un tecnico e un uomo d'affari, dotato di notevoli qualità di organizzatore.
Francesco Mismirigo
18 settembre 2025
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16 settembre 2025
Una fontana centenaria
Sarà Sindaco di Locarno e promotore dell’urbanizzazione del cosiddetto “quartiere nuovo”, sarà fra i promotori della costruzione della Funicolare della Madonna del Sasso e della Ferrovia della Valle Maggia come pure della costituzione della Società Elettrica Sopracenerina e della Banca svizzero-americana.
Vedasi pure https://www.facebook.com/share/p/19Y9tjgR3T/
Francesco Mismirigo
16 settembre 2025
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14 settembre 2025
Giovan Battista Rusca, un sindaco ambasciatore
Dans son voyage, il est accompagné de M. Pedrazzini, conseiller cantonal du Tessin.
Oui, mais plus animée, plus brillante. C'est un ravissement que de parcourir ses rues, véritables musées. Je n'aurai pas vu l'Exposition des arts décoratifs. Mais elles est partout, éparse, dans vos magasins de luxe.
Hier, j'ai assisté à la séance de la Chambre, qui discutait l'avance de 1,500,000,000 de la Banque à l'Etat. A vrai dire, je ne me suis pas beaucoup amusé. Aujourd'hui, j'ai fait une timide tentative pour voir M. Briand, qui est l'homme le plus aimable, spirituel et fin que je connaisse. Mais il y avait, dans son antichambre, tant de hautes personnalités politiques que j'ai perdu courage. M. Léger, son chef de cabinet, m'a reçu de la façon la plus, courtoise. M. Briand ayant renoncé à constituer un ministère, j'espère avoir plus de chance de le voir demain...
Ce sont ceux d'un maître de maison, qui a fait de son mieux avec ses modestes moyens, pour faire à ses hôtes illustres un accueil digne d'eux. La municipalité de Locarno, prévenue une dizaine de jours à l'avance par M. Carteron, consul de France à Bâle, a demandé à l'Etat le Palais de justice. Nous avons installé des tables et des fauteuils dans la grande salle. On a fait la toilette de la ville. On a mis des fleurs partout, les maisons ont arboré des drapeaux. La population a pavoisé avec des sourires. Le soleil a fait le reste. Nous avons eu, cette année, une saison magnifique. Elle continue, d'ailleurs.
J'ai fait des amis de tous les délégués français. Les délégués anglais aussi ont été charmants. M. Chamberlain ecerce sur tous ceux qui l'approchent la séduction d'un parfait gentleman. J'en dois dire autant des délégués italiens et belges.
Ils étaient dans une commune voisine, alors je ne les ai vus qu'aux séances du début et de la fin de la conférence.
M. Rusca s'abstient de répondre, pour la raison bien simple que l électricité s'est brusquement éteinte dans l'hôtel. Tandis qu'on apporte bougies et lampes, le maire de Locarno réfléchit. Puis, d'une voix grave, dans l'ombre : "Il faut y croire."
Francesco Mismirigo
14 settembre 2025
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10 settembre 2025
La lezione non è servita!
Francesco Mismirigo
10 settembre 2025
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1. settembre 2025
Anni Venti al femminile
Dopo le sofferenze e le restrizioni del periodo della Grande Guerra, gli Anni Venti, soprattutto fra il 1924 e il 1929, sono stati caratterizzati da molta spensieratezza e da importanti cambiamenti dei costumi, dello stile di vita, della moda, dei pensieri, della cultura, della musica, delle mentalità, delle libertà, della morale e della società in generale. Grazie anche a una maggiore fiducia nel futuro e a un improvviso sviluppo economico, non senza pericolose derive.
La società occidentale, in particolare quelle inglese, francese, tedesca e americana, sembrava ballare sopra un vulcano. Meno quella Svizzera e quella ticinese, se non per certe famiglie benestanti di Lugano e Locarno. E decisamente meno quella italiana, ormai prigioniera e soffocata dei valori e delle violenze del fascismo imperante fin dal 1922.
Di fatto solo una piccola parte della società cambiava. In particolare quella urbana, facoltosa e intellettuale. Ma il cambiamento ebbe poi effetti su quasi tutti. Soprattutto le donne rappresentavano questi cambiamenti. Cambiamenti nella moda (gonne sempre più corte, vestiti discinti e capigliature alla garçonne ad esempio), nel modo di vivere sesso e sentimenti, la libertà e il proprio corpo. Le proprie scelte venivano spesso prese in modo indipendente e iconoclasta, sia nel lavoro, sia nelle espressioni artistiche e nello sport. E il tutto a ritmo di jazz, di charleston e con tante paillettes (per chi se le poteva permettere) e tante sigarette.
Flapper era chiamata la generazione di donne degli anni venti del XX secolo nel mondo anglosassone. Le flapper si caratterizzavano per l'eccessivo trucco, per il fatto che bevessero alcolici come gli uomini, ma soprattutto per la loro sessualità disinvolta e libera, oltre che per fumare in pubblico, guidare automobili da sole e violare le norme sociali e della morale sessuale del tempo.
Fino alla Conferenza del 1925 Locarno era rimasta invece abbastanza al margine di tutti questi cambiamenti sociali, che però si potevano notare nei turisti e nella comunità alternativa e intellettuale legata al Monte Verità. Nelle campagne e nelle valli ticinesi le donne erano spesso solo genitrici e restavano soprattutto delle bestie da soma. Negli Anni 20 era una realtà in tutto in Ticino rurale, e in particolare nelle valli del Locarnese, ma non solo. Qui le paillettes degli “Anni ruggenti” manco sapevano cosa fossero.
Donne: vera anima e motore dei cambiamenti sociali e culturali della rivoluzione dei costumi e delle mentalità degli Anni 20. Mai state così libere prima. Poi il modello femminile degli anni 50 le riporterà ad essere soprattutto casalinghe e genitrici fino alla fine degli anni 60.
Vedasi pure https://www.facebook.com/reel/638034925992527
Francesco Mismirigo
1. settembre 2025
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31 agosto 2025
L'Unione Europea è stata concepita a Locarno nel 1925 !
La Conferenza internazionale sulla Pace di Locarno era iniziata da pochi giorni. Aristide Briand, ministro degli esteri francese e convinto europeista aveva però già l'impressione che i lavori e le posizioni fossero ingessati. In particolare per quanto riguardava i futuri rapporti con il grande perdente della Prima guerra mondiale, ovvero il Reich tedesco, diventato nel frattempo Repubblica di Weimar.
Mercoledì 7 ottobre 1925 era una giornata d'autunno limpidissima. Il clima e il paesaggio del Locarnese ispiravano i Delegati, dando loro un senso di pace. In questo contesto Briand decise di proporre al cancelliere tedesco Hans Luther di salire su una limousine per recarsi "en cachette" ad Ascona. Sedettero sotto la pergola dell'Albergo Elvezia sulla piazza del villaggio, in riva al lago. L'atmosfera rilassata, attorno a un tavolo e senza collaboratori e giornalisti, portò i di statisti ad avere discussioni molto informali sui loro rispettivi Paesi, sui loro destini, sulla Grande guerra, sui rapporti internazionali e sul futuro del Vecchio continente, ormai schiacciato fra un'America potente e dominatrice e la sovietica utopia collettivista e violenta. Ad un certo punto Briand trovò la soluzione e disse "Monsieur le chancelier, vous êtes un Allemand, donc Européen; je suis un Français, donc un Européen. Eh bien, pourquoi ne parlerions-nous pas européen?" E Luther, pur concordando con i propositi di Briand, gli risposte "Si seulement nous pouvions faire cesser ces sentiments de peur, de rancune et de revanche".
Alla fine dell'incontro i rappresentantî dei due Stati nemici durante la Grande guerra si chiamarono "mio caro amico". Ad Ascona gran parte della strada che restava da percorrere per giungere agli Accordi di Locarno fu percorsa meglio e più rapidamente di quanto si sarebbe potuto fare nelle sedute ufficiali, in mezzo a tutto l'apparato delle varie delegazioni.
Un'altra conversazione rimasta famosa fu quella del 10 ottobre. Quel giorno era il compleanno di Madame Chamberlain, moglie del capo della Delegazione inglese Aristide. In suo onore i signori decisero galantemente di organizzare una gita sul Lago Maggiore con un battello che si chiamava "Fiori d'arancio". Tout un symbole ! Durante l'escursione in uno scenario incantevole, Briand, che credeva di aver convinto Luther qualche giorno prima sotto la pergola dell'Albergo Elvezia, si mise a convincere pure Gustav Stresemann, ministro degli esteri tedesco. E prima di sbarcare a Locarno i politici delle tre potenze europee brindano "Alla Pace", "Alla riconciliazione dei popoli" e "All'Europa unita".
Locarno, il suo paesaggio, i suoi colori e il suo clima erano un invito per degli incontri informali. Uno di questi si svolse a Rivapiana il 13 ottobre. Briand e Streseman si incamminarono in compagnia dei loro interpreti lungo la riva di Muralto, che non era ancora un lungolago, verso quella torre che vedevano lontana. Pochi pescatori intenti a ritirare le reti li osservavano con indifferenza. Solo il sibilo del treno a vapore rompeva il dolce suono del cullare delle onde contro la riva dove alcune donne lavavano i panni. E già l'aria profumava di foglie secche e di camini accesi. Una passeggiata che permise ai due futuri Premi Nobel per la Pace di capirsi ancora meglio e di sciogliere così le tensioni dovute pure alle continue pressioni politiche e dei nazionalisti che arrivavano quotidianamente via telegramma da Parigi e da Berlino.
In breve tempo i punti di vista si avvicinarono tanto fra i Delegati che, pochi giorni dopo, il 16 ottobre 1925, con l'adesione di italiani, belgi, polacchi e cecoslovacchi, si poté giungere alla firma degli Accordi di Locarno, il cui annuncio suscitò giubilo nella popolazione locarnese, e speranza in tutto il mondo. Quel pomeriggio una folla di cittadini, locarnesi e non, si appostò in Via delle Palme (attuale Via della Pace), davanti al Pretorio. In attesa dell'annuncio della firma. Poi la folla si spostò in Piazza Grande dove il Sindaco di Locarno Giovan Battista Rusca accompagnato da Briand diedero l'annuncio ufficiale. E dalla Piazza salì un boato liberatorio di applausi e di abbracci pieni di speranza. L'Accordo generò una svolta, un nuovo spirito. Lo spirito di solidarietà sostituiva così quello del dubbio e della difensiva, Questo Patto volle rendere impossibile la guerra non accumulando armi e minacciando, ma tessendo legami di aiuto reciproco e di solidarietà umana.
"Viva L'Europa Unita" gridava la gente in Piazza Grande ! Subito dopo il discorso di Briand che concluse dicendo che occorre rinnovare l'Europa, ridargli il suo vero carattere in una unione generale, coinvolgendo tutti i popoli, ma secondo le loro identità, in un unico spirito di pace e collaborazione: "Nous tous, bons Anglais, bons Allemands, bon Français, il nous faut tout d'abord être des bon Européens. et apprendre à parler cette langue nouvelle. C'est maintenant que les Etats-Unis d'Europe commencent."
Per citare Goethe, a Locarno il 16 ottobre 1925 le creature delle tenebre aspirarono a raggiungere la luce. E quella notte la città fece festa fino all'alba. Un vortice di ben essere, di sogni e di speranze avvolse Locarno e i suoi abitanti come poi non successe mai più. Mentre ovunque ci si scatenava a ritmo di charleston Locarno entrava finalmente nel Ventesimo secolo e nella modernità. Il suo nome fece il giro del mondo come sinonimo di Pace, Peace, Frieden, Paix. E in suo onore si diede il suo nome a strade, viali, piazze, ristoranti, alberghi, sale da ballo, teatri, music hall e spiagge. Senza nessun concetto di marketing, studi di fattibilità o investimenti finanziari l'immagine di Locarno, grazie anche alla stampa scritta, arrivò in tutti i Continenti. Oggi sarebbe incomprensibilmente impossibile da fare. Ad esempio l'Illustration di Parigi nella sua edizione del 24 ottobre scrisse: "À Locarno, c'est l'Europe elle-même, l'Europe seulement qui s'est donné rendez-vous pour déterminer son propre avenir et les possibilités de sa pacification et de sa sécurité". E nella Revue politique et parlamentaire (Parigi) il 10 novembre 1925 il professor Joseph Barthelémy riferendosi a Locarno scrisse che la Conferenza a suo avviso è stata il nucleo generatore degli Stati Uniti d'Europa (!).
La Germania diventò membro a tutti gli effetti della Società delle Nazioni il 10 settembre 1926. Il giorno in cui gli Accordi di Locarno, firmati a Londra il 1.. dicembre 1925, entrano ufficialmente in vigore. A Locarno non solo inizia una nuova, purtroppo breve, era di Pace e di speranza, ma grazie alle nuove relazioni economiche e sociali stabilite fra gli Stati europei, gli anni Venti diventano per davvero "Ruggenti, Folles, Roaring e Goldenen". Tutti ballano su un Vulcano. Pura illusione.. Ma faceva del bene.
A Locarno è l'avventura europea che inizia. L'idea di una integrazione economica europea, promossa dall'industriale e ministro francese Louis Loucheur, amico del Sindaco Rusca, e fra i fautori della realizzazione della Ferrovia delle Centovalli, sostenitore di Locarno quale città per ospitare la Conferenza, porta alla conclusione nel 1926 di un accordo volto a creare una intesa internazionale dell'acciaio fra produttori francesi, tedeschi, belgi e lussemburghesi. Una CECA ante tempo. E nel 1927 ad una conferenza economica internazionale. Il 5 settembre 1929 27 Stati europei membri della SDN si riuniscono a Ginevra in presenza di Aristide Briand allo scopo di valutare la creazione di un legame federale fra loro. il 1. maggio 1930 Alexis Leger, collaboratore di Briand, pubblica un memorandum per l'Europa. I cui grandi principi si riferiscono a Locarno: una federazione fondata sull'idea di unione e non di unità, abbastanza flessibule per rispettare l'indipendenza e la sovranità di ogni Stato pur garantendo una solidarietà collettiva, una presidenza annuale, un mercato comune, la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone, e una totale cooperazione in settori quali la finanza, i trasporti, lavoro, salute, cultura.
Ma l'Europa stava già agonizzando, soffocata dalle promesse di nuovi demoni. Poi le cose per oltre 20 anni andarono diversamente.
Francesco Mismirigo
31 agosto 2025
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17 aprile 2025
1925: la Pace passò pure da Rivapiana
In occasione della Conferenza internazionale, sfociata nel Patto di Locarno, che si svolse sulle rive del Verbano dal 5 al 16 ottobre 1925 la sede di Locarno dell’Unione di Banche Svizzere realizzò un documento commemorativo di particolare pregio per la qualità della grafica, della stampa e delle foto contenute. Fra le immagini dei politici e dei Delegati presenti, e di alcuni monumenti di Locarno, troviamo pure la Chiesa di San Quirico a Rivapiana.
La scelta non sorprende: infatti, fin dall’800 numerosi artisti, scrittori e fotografi, locali e non, e pure viaggiatori di passaggio ispirati dal luogo hanno immortalato la riva del Lago Maggiore a Minusio, e in particolare il nucleo di pescatori e la sua Chiesa. Un contesto molto romantico, il cui paesaggio ben rappresentava certi ideali ottocenteschi. Inoltre, la quotidiana povertà del popolo di pescatori che animava la Riva affascinava coloro, in particolare intellettuali e nobili tedeschi, francesi, inglesi e russi, che credevano di trovare nella semplicità degli usi e dei costumi delle popolazioni alpine, e nella loro immaginata purezza, un ideale di vita, una alternativa al degrado sociale, ambientale e sanitario che portava seco la rivoluzione industriale.
Rivapiana e la sua Chiesa, ma pure la Cà di Ferro, erano dunque dei punti iconici conosciuti da molti ospiti presenti alla Conferenza. I quali, durante il tempo libero fra una riunione e l’altra, amavano partire alla scoperta di questa piccola cittadina elvetica, ma già molto mediterranea. Erano affascinati non solo dall’accoglienza della popolazione locale, e in particolare dall’elegante, empatico e colto Sindaco di Locarno Giovan Battista Rusca, ma pure dal clima dolce e dalla vegetazione subtropicale. Ovunque in città e nei dintorni trovavano ad esempio agavi, rododendri, palme di ogni tipo, camelie, pini marittimi, cedri del Libano, sequoie… Sia nei giardini pubblici cittadini e sul lungolago, sia nei vasti e rigogliosi parchi che circondavano, e a volte nascondevano, grandi alberghi di lusso quali il Grand Hôtel, il Du Parc, il Reber, il Quisisana o l’Esplanade. Ma pure numerose ville situate nel Quartiere Nuovo, a Muralto, Minusio e sulla collina, lungo la corniche fra i Monti e Brione, erano immerse nella vegetazione. E chi giungeva in stazione trovava alberi di alto fusto già in prossimità dei binari, e poteva subito ammirare l’immenso parco del Grand Hôtel che allora arrivava fino al Viale Stazione.
In gruppo, in occasione di escursioni ufficiali, politici, Delegati e giornalisti visitarono non solo la Città di Locarno ma pure Ascona e le Valli e scoprirono le rive del Lago Maggiore a bordo di battelli della Navigazione. Singolarmente invece cercarono calma e spunti di riflessione salendo alla Madonna del Sasso, monumento iconico per eccellenza di Locarno, o passeggiando lungo la riva, fino a Rivapiana. Accolti dai riflessi del sole sull’acqua e avvolti dal silenzio, interrotto solo dalle onde del lago e dal canto degli uccelli, e a volte dal vociare di lavandaie e pescatori e dal fischio di un treno a vapore. Affascinati dalla poesia del luogo. Allora, i due antichi nuclei di Rüpiana, sopra e sotto, erano soprattutto circondati da vigneti, orti e alberi da frutta. Vita semplice di contadini e pescatori. La modernità sfrecciava a vapore, ma non si fermava. Il tram e le limousines erano lontani, su a Minusio… Eppure erano lì a due passi. Turisti stranieri facoltosi soggiornavano al Reber, poco lontano, o all’Esplanade sulla collina. E bimbi svizzeri tedeschi trascorrevano momenti di vacanza al Kinderheim, oggi Scuola Steiner.
Questo luogo quasi incantato, e dal passato oggi forse troppo idealizzato e in parte cancellato, spinse molti uomini e donne di cultura e intellettuali a sceglierlo come residenza e come luogo d’adozione. Basti pensare agli ospiti illustri che soggiornarono alla Baronata, alla Verbanella e alla Roccabella in zona Mappo. Ma pure alla Villa Canto Sereno di Rivapiana e alla tavolozza di colori che offriva il suo monumentale parco, oggi dimenticati, cancellati dalla speculazione edilizia che li ha trasformati in blocchi residenziali per vacanze. Una sorta di “Kolonie”. Senza dimenticare le Ville San Quirico e Elisarion, quest’ultima costruita a partire dal 1925, pure immersa in un parco. Oggi un posteggio. Apparteneva al poeta e pittore Elisar von Kupffer e al filosofo Eduard von Mayer. E la lista dei luoghi non è completa.
Rivapiana e Minusio nel suo insieme hanno dunque svolto un ruolo importante durante la Conferenza di Locarno. Non solo perché l’Albergo Esplanade ospitò tutta la Delegazione tedesca, mentre le altre erano al Grand Hôtel (salvo Mussolini che scelse di alloggiare a Villa Farinelli) e i giornalisti al Du Parc, ma pure perché le peculiarità paesaggistiche e urbane del Comune cento anni fa erano totalmente diverse da quelle attuali. Il carattere contadino del luogo, i monumenti storici e religiosi, la vegetazione lussureggiante che circondava ville e alberghi, la calma e la poesia del lago, e dalla riva la vista limpida sulla città, il delta della Maggia e le montagne circostanti, non potevano che ispirare sentimenti di Pace e serenità a chi visse le sofferenze della Grande Guerra e a chi lasciò per una decina di giorni l’atmosfera e l’agitazione sociale e culturale di quegli Anni Ruggenti, che avevano ormai già invaso città come Parigi, Londra, Berlino o Varsavia. Decisamente meno il Ticino e Locarno.
Avesse mantenuto almeno in parte i tratti caratteristici di quegli anni, Minusio oggi avrebbe potuto avere a Rivapiana un quartiere dell’arte, una piccola Montmartre bohème. Un unicum. Sacrificato invece al turismo di massa e allo sviluppo edilizio quasi incontrollato. Restano per fortuna i ricordi verbali e scritti, i disegni e le fotografie per contestualizzare il senso di quel che ancora resiste. Non più un rifugio, ma nuove identità.
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24 febbraio 2025
Settembre 1925. Per Locarno è l'inizio della fine dell'Ottocento. Un momento di rinascita e di innovazione
Era un venerdì. Un venerdì qualunque di fine estate. Il cielo era terso, dopo alcuni giorni di pioggia torrenziale, quasi monsonica, come cade forse solo nel Locarnese. Al loro risveglio gli abitanti di Locarno non potevano immaginare che quel giorno avrebbe cambiato il destino della loro sonnecchiante città, e forse pure il loro.
Era il 25 settembre 1925. La città si animava già al mattino presto soprattutto sotto i portici di Piazza Grande, nelle viuzze che salivano verso la città vecchia e fra l'albergo Métropole e la stazione, là dove si trovava la maggior parte dei commerci. Ognuno specializzato in un particolare prodotto o genere. Numerosi erano i negozi di tessuti. Allora i vestiti si cucivano ancora in casa. L'unico grande magazzino era Milliet & Werner, all'angolo fra Via Torretta e Piazza Grande. Non mancavano gli istituti bancari, il cui più imponente era quello dall'Unione di Banche Svizzere con la sua caratteristica torre per le comunicazioni. Le Agenzie per l'emigrazione verso l'America erano pure molto attive. Per le attività commerciali la Piazza Grande non era solo il punto principale di riferimento quotidiano per i 6000 abitanti ca della città, ma per tutti i 14000 residenti nei Comuni che componevano l'agglomerato.
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Anche quando non era giorno di mercato, dalle valli, col mulo, con un carretto o con le ferrovie Valmaggina e delle Centovalli molti contadini venivano in città a portare i loro prodotti. Che vendevano poi sotto i portici o sotto i platani dei giardini pubblici accanto al Teatro. Allora l'economia ticinese in generale era prevalentemente agricola e artigianale. Il settore primario includeva pure la coltivazione della vite e di cereali e la pastorizia. In città c'erano pure alcune piccole attività industriali, situate soprattutto nel Quartiere Nuovo come la Swiss Jewel, la fabbrica di cappelli o il Saponificio, e delle orologerie nella parte alta di Muralto.
La maggior parte dei cittadini, per lavoro, per affari o per acquisti si spostava a piedi o in bicicletta. Più raramente in motocicletta. Poche erano ancora le auto in circolazione. Spesso appartenenti a notabili locali, politici o avvocati. O ai tassisti. Camion e furgoni erano forse più numerosi. Ma per il trasporto delle merci si faceva ancora capo a carri trainati da muli o cavalli. I primi autobus postali di linea collegavano Locarno ad Ascona e Brissago, alla Valle Onsernone o alla Valle Verzasca. In generale le strade erano sterrate o ricoperte di ghiaia, in particolare quelle di transito e del Quartiere Nuovo. E la diffusione di quelle asfaltate era ancora modesta. Quindi le auto in transito sollevavano parecchia polvere. Piazza Grande, Piazza Sant'Antonio e le vie della città vecchia avevano il caratteristico acciotolato, o erano lastricate con selci o pietre squadrate per facilitare il passaggio dei carri. Nel quartiere della stazione si vedevano già vie ricoperte di porfido.
Ma la grande novità per la mobilità cittadina fu la realizzazione nel 1908 della linea tramviaria fra Piazza Sant'Antonio e Minusio Esplanade, che passava dalla stazione di Sant'Antonio e dal Gas davanti al Castello, per poi proseguire attraverso Piazza Grande, Via Ramogna, la stazione FFS e Via San Gottardo. Nel 1925 i convogli ferroviari per la Valle Maggia e le Centovalli potevano ancora utilizzare i binari del tram. Per i treni merci invece fu realizzato un binario lungo Via Luini fino al porto.
In città i turisti erano ancora numerosi in settembre. I più facoltosi alloggiavano soprattutto al Grand Hôtel, all'Esplanade, al Du Parc, al Regina, al Du Lac, al Reber, al Métropole. Altri preferivano alberghi più modesti, pensioncine o case di cura situate soprattutto in collina. Fino alla Grande Guerra i turisti viaggiavano soprattutto nelle stagioni più fresche. La tintarella non era assolutamente alla moda e i vestiti di allora poco si adattavano al gran caldo. Gli Anni Venti portarono dei grandi cambiamenti di costume. Soprattutto nelle grandi metropoli europee e americane le donne cominciarono a portare vestiti sempre più leggeri, corti e discinti e ad assumere nuove libertà. Dunque pure l'offerta turistica Locarnese si adattò a questi cambiamenti.
La società locarnese era però ancora molto tradizionale e rurale. Le famiglie erano spesso numerose e la religione cattolica giocava un ruolo centrale nella vita quotidiana. Come la politica, spesso teatro di accese discussioni fra conservatori, liberali e socialisti. L'abbigliamento era spesso semplice e pratico. Ma le pubblicità sui giornali già promuovevano le nuove tendenze in fatto di moda, usi e costumi, di elettrodomestici, automobili e stili musicali. Che poi molti negozi di Locarno proponevano. A Locarno durante l'estate 1925 non si vivevano certamente gli sfrenati ritmi dei Goldene Zwanziger Jahre di Berlino, les Années Folles di Parigi o i Roaring twenties di New York, al ritmo di jazz e di charleston. La divina decadenza degli Anni Ruggenti era ben lontana dalle rive del Verbano e dell'immaginario collettivo locale. Eppure, a poco a poco grazie pure ai numerosi intellettuali e uomini e donne di cultura stranieri che qui risiedevano anche le nostre mentalità evolvevano.
A Locarno non mancavano i luoghi e i momenti per divertirsi. Il Teatro Casinò Kursaal, inaugurato nel 1902, era il principale centro culturale. Oltre a film, spettacoli teatrali e operette, il Kursaal proponeva regolarmente tè danzanti, serate di ballo, veglioni e concerti. Ai quali partecipavano sia i residenti sia i turisti. Era il luogo aggregativo per eccellenza della regione.
Ma pure i Grandi alberghi proponevano serate danzanti e feste dove dominavano ancora il fox trott, il tango e il valzer. Nel 1925 a Locarno il charleston e il jazz erano generi di nicchia. La musica e le danze tradizionali occupavano ancora uno spazio importante nel cuore dei locarnesi.
Le sagre, le feste religiose e i mercati erano momenti importanti di aggregazione sociale e parte integrante della vita comunitaria. La Festa delle camelie, la cui prima edizione fu inaugurata nel 1923, era la principale festa cittadina, a cui tutti partecipavano con carri decorati, battaglie di fiori e fantasiose ricostruzioni storiche. Si svolgeva in primavera e non lanciava solo la stagione turistica ma sdoganava pure servilmente un certo falso folclorico ticinese ad usum turisticum. Metteva in scena personaggi quali i ticinelli e le ticinelle allegri e danzanti, che bevevano vino, suonavano il mandolino e portavano zoccoletti. Una trasfigurazione in chiave allegorica di una certa povertà rurale per divertire i primi turisti di massa.
In città la vita scorreva molto lentamente. Senza troppe preoccupazioni. Quanto succedeva altrove lo si sapeva soprattutto dai giornali, in particolare dal "Cittadino", giornale liberale locarnese. Pochi potevano permettersi una radio, che comunque trasmetteva soprattutto musica. Le comunicazioni si facevano principalmente tramite posta, telefono e telegrafo. Le notizie circolavano pure nei numerosi caffè cittadini. Fra i più frequentati vi erano i Caffè Verbano, Svizzero e Planzi. Ma pure le Confiseries Scheurer/Colonne e Ravelli.
A Locarno la vita scorreva di solito senza molte sorprese. Ma quel venerdì ad un certo punto ci fu grande agitazione in Piazza. Commercianti, politici, funzionari, tecnici, notabili, albergatori, ristoratori, uomini di cultura, intellettuali e giornalisti accorrevano a Palazzo Marcacci, convocati d'urgenza dal Sindaco Giovan Battista Rusca. Quest'ultimo aveva appena ricevuto la comunicazione direttamente dall'ambasciata francese a Berna che Locarno avrebbe ospitato dal 5 al 16 ottobre un'importante Conferenza sulla pace in Europa, con decine di politici e delegati di 7 Paesi e centinaia di giornalisti da tutto il mondo. Locarno aveva solo 10 giorni per prepararsi. Occorreva reagire subito, uniti, senza polemiche e litigiosità.
In quel momento Locarno stava entrando nella modernità e lasciava definitivamente il diciannovesimo secolo. Più nulla sarà veramente come prima. La città stava per diventare un punto focale della diplomazia internazionale e il centro dell'attenzione internazionale grazie ad un evento diplomatico significativo che contribuì a definire la politica europea del periodo interbellico. Per Locarno fu dunque un vero momento di rinascita e innovazione.
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21 febbraio 2025
Perché fu scelta proprio Locarno?
Nell'autunno del 1924 Aristide Briand fu nominato delegato francese alla Società delle Nazioni a Ginevra. Briand, socialista indipendente e una delle più interessanti personalità della III Repubblica, era animato da un’idea “europea”. L’ex chef de guerre della Francia dal 1915 al 1917, promotore e patrono degli Stati Uniti d'Europa mentre il suo impegno per la pace lo rese uno dei personaggi politici più amati della sua epoca, pensava che il problema principale della politica estera francese non fosse più il confronto franco-tedesco. Ciò non significava per Briand che non ci fossero più problemi da risolvere tra Francia e Germania, tutt'altro: l'importante era affrontare la decadenza dell'Europa in generale di fronte all'ascesa americana, all'ascesa giapponese e tutto ciò che stava accadendo in Unione Sovietica.
L'Unione Sovietica preoccupava molto Briand: in particolare il riavvicinamento tedesco-sovietico, segnato dall'Accordo di Rapallo del 1922. Briand non amava ciò che avveniva in Unione Sovietica. Era deciso a ricostruire un’Europa. Non un’Europa nel senso federalista del termine e nemmeno un’Europa del tipo attuale. Ma la rinascita del “concerto europeo” attraverso il ritorno a rapporti armoniosi tra le tre potenze principali: Francia, Gran Bretagna e Germania. La Francia aveva allora un sistema di alleanze nel continente europeo con Belgio, Polonia e Cecoslovacchia, i tradizionali amici della Francia. Ma Briand credeva che le alleanze della Francia con i piccoli Paesi, spesso poco stabili, potessero essere fonte di difficoltà, causare più debolezze che punti di forza e che in ogni caso non portassero ad un vero ordine europeo.
Riprendendo nell'aprile del 1925 il titolo di ministro degli esteri, dopo la partenza di Edouard Herriot, Aristide Briand si trovò in una situazione bloccata: il problema dell'evacuazione della zona di Colonia non era ancora risolto, ed era motivo di contesa tra la Germania e gli Stati Uniti. E la difficile e importante trattativa commerciale franco-tedesca si trovava in un vicolo cieco: nel marzo 1925, constatando l'entità dei disaccordi e l'impossibilità di superarli, le delegazioni francese e tedesca avevano deciso di separarsi e di fermare la trattativa. Quindi non solo non c'era un trattato, ma nemmeno i negoziati. Le trattative commerciali franco-tedesche di fatto riprenderanno solo nel dicembre 1925, cioè dopo la conclusione degli accordi di Locarno in ottobre e la loro firma a Londra il 1° dicembre. Lo stesso avvene per l'evacuazione da parte degli Alleati della zona di Colonia.
Giunto al Quai d'Orsay nell'aprile del 1925, Briand trovò sulla sua scrivania la proposta tedesca del Patto del Reno e i prenegoziati tedesco-inglesi. Da parte francese non esisteva ancora una posizione ufficiale alla proposta tedesca. Inizialmente, nel maggio-giugno 1925, Briand cercò di ristabilire un fronte franco-inglese attraverso negoziati e conversazioni private con un partner privilegiato: Austen Chamberlain. All'inizio dell'estate del 1925 francesi e inglesi, dopo diversi difficili colloqui, si accordarono sulla risposta da dare ai tedeschi: su quali punti dire loro "sì" e su quali “no”. Il 16 giugno 1925 la Francia notifica ufficialmente alla Germania che intende dare seguito alla sua proposta di Patto.
Il 15 settembre, dopo una lunga elaborazione all'interno dell'apparato politico e diplomatico, il ministro tedesco Gustav Stresemann fu invitato a partecipare alla conferenza che doveva svolgersi in un luogo neutrale. Si pensò subito alla Svizzera. Losanna fu scelta per prima ma poi, per motivi personali di alcuni ministri e la volontà di avere assolutamente Mussolini, si decise per Locarno. Come vedremo in seguito.
Gli attriti internazionali tormentavano dunque la vita politica dell'Europa in quel 1925. Occorreva sanare tale situazione onde impedire che sfociasse in una nuova guerra determinata dello stato di esasperazione nel quale poteva precipitare la Germania. Vi era la necessità d'una conferenza chiarificatrice e non più punitiva, come lo fu invece Versailles nei confronti della Germania. La Gran Bretagna seguiva molto attentamente l'incubare di tale malessere e il suo Ministro degli esteri Sir Austen Chamberlain, anche du richiesta della Germania che voleva assolutamente uscire dal regime delle sanzioni, si fece promotore di un incontro tra le nazioni interessate a risolvere pacificamente i loro complessi problemi internazionali.
I Paesi a cui venne rivolto l'invito furono, oltre l'Inghilterra promotrice, la Francia, la Germania, l'Italia, Il Belgio, la Polonia, la Cecoslovacchia. Ottenute le adesioni, si trattò di stabilire la località nella quale l'incontro avrebbe dovuto svolgersi nella neutrale Svizzera. Le trattative furono lunghe e laboriose. Ginevra era troppo connotata come città della Società delle Nazioni. Come indicato in precedenza, pure Losanna fu esclusa. Lucerna invece risultava troppo lontana per Mussolini. Un politico che tutti ormai sapevano esser diventato dittatore, ma che tutti corteggiavano e volevano presente.
Benito Mussolini, ministro degli affari esteri e presidente del Governo italiano aveva interesse a che la conferenza si tenesse sulle soglie di casa sua, come ebbe a dire. Anche per poter eventualmente fuggire come maggiore facilità. Non intendeva allontanarsi troppo dalle sue frontiere, del resto in tutta la sua carriera politica non visitò alcun Paese straniero se non la Svizzera e la Germania nel periodo della disastrosa alleanza nazi-fascista. Messe d'accordo le quattro grandi potenze, gli altri Paesi accettarono la scelta. E Locarno fu. Località nota ai politici francesi pure grazie alle molte relazioni personali del sindaco Rusca e a quelli tedeschi per il movimento del Monte Verità.
Un politico e industriale francese, una conoscenza del Sindaco Rusca, svolse pure un ruolo importante. Avendo investito nella costruzione della linea ferroviaria Locarno Domodossola, Louis Loucheur vedeva di buon occhio l'occasione di attirare sulle rive del Lago Maggiore i turisti francesi via il Sempione e le Centovalli. E quindi fece pressione sul governo francese affinché si puntasse su Locarno.
Quando dall'ambasciata francese di Berna giunse direttamente al sindaco di Locamo G.B. Rusca l'annuncio ufficiale dell'avvenuta scelta, egli informò immediatamente il Municipio e questi, assieme alla Commissione di Gestione, concesse i crediti necessari ai lavori e alle opere previste per la buona riuscita dello storico incontro. Ne andava dell'onore della città! Venne formata subito una Commissione organizzatrice
.
Fu dunque solo il venerdì 25 settembre 1925 che in una assolata e un po' addormentata Locarno d'inizio autunno giunse al Sindaco Rusca, la notizia che la città sul Verbano era stata scelta per accogliere dal 5 al 16 ottobre una Conferenza internazionale di pace con i grandi di allora: Francia e Inghilterra fra i vincitori della Grande Guerra, il grande perdente, ovvero la Germania, diventata nel frattempo Repubblica di Weimar, e i Paesi che ebbero tensioni per la definizione dei loro confini post bellici. Ovvero, l'Italia, il Belgio, l'Olanda e le neonate repubbliche di Polonia e di Cecoslovacchia.
Fervore e entusiasmo
Locarno aveva solo 10 giorni per prepararsi all'evento. Compito arduo anche perché pochi giorni prima fu colpita da una delle tante alluvioni della sua Storia. Il sindaco Rusca convocò subito il municipio e le principali associazioni di categoria direttamente interessate. 10 giorni non solo per preparare gli alberghi (Grand Hôtel e Esplanade), il luogo dei lavori (Pretorio), il centro stampa (Sopracenerina), ma pure la tecnologia necessaria (telefoni, telegrafi, linee dirette e ponti radio), le segretarie, e per abbellire la città. Ovvero pittura degli stabili, sistemazione delle strade e delle illuminazioni pubbliche, cura dei giardini pubblici, ricerca per spettacoli cinematografici al cinema Esperia (Rialto) e al Kursaal, e per spettacoli musicali, lirici, teatrali e di cabaret al Kursaal, abbellimento di negozi, bar e ristoranti. Senza dimenticare i dispositivi di sicurezza. E improvvisamente i prezzi nei negozi, bar e ristoranti aumentarono..
10 giorni. Oggi sarebbe assolutamente impossibile. Tecnologia e burocrazia non lo permetterebbero. Eppure allora il coraggio, la forza di volontà, la lungimiranza e le visioni di un sindaco come Giambattista Rusca hanno permesso a Locarno e ai suoi abitanti non solo di fare una bellissima figura e di farsi conoscere internazionalmente, ma soprattutto di entrare finalmente nella modernità e nel ventesimo secolo. Locarno vinse perché fu unita e non litigiosa. Come fin troppo spesso accade oggi.
Il 5 ottobre 1925 la Conferenza si aprì a Locarno al Pretorio. Il ruolo del ministro degli esteri francese Aristide Briand a Locarno fu decisivo. Nei mesi precedenti, l'incontro diplomatico fu preparato con molta cura da inglesi, francesi e belgi, e con colloqui, spesso difficili, con i tedeschi. Ma al momento dell'apertura della Conferenza nulla era definitivamente acquisito: tra le posizioni degli Alleati e quelle dei tedeschi c'era molta strada da percorrere, che richiedeva ancora difficili trattative. Gli accordi che dovevano essere conclusi al termine della Conferenza avrebbero potuto portare ad una revisione dei trattati del 1919, o dovevano consolidare la situazione internazionale creata da questi trattati? Questo era il dilemma.
Durante la Conferenza, e parallelamente alla trattativa ufficiale che si svolgeva al Pretorio, grazie alla sua abilità di negoziatore Briand condusse conversazioni informali con i suoi partner tedeschi, il Cancelliere Luther e Gustav Stresemann. Questi colloqui privati furono decisivi per superare gli ostacoli che ancora separavano i tedeschi dagli Alleati. Briand cercò innanzitutto di convincere il cancelliere Luther, che era anche a capo della Delegazione tedesca. All'inizio della Conferenza lo invitò in una locanda di Ascona, l'"Albergo Elvezia". Attorno a un tavolo, senza collaboratori e al riparo dai giornalisti, Briand, secondo un metodo che gli piaceva, ha parlato a lungo con il cancelliere tedesco e per la prima volta ha usato la parola "europeo".
"Signor Cancelliere, lei è tedesco, quindi europeo; io francese, quindi europeo; allora perché non dovremmo parlare europeo?" Alla fine dell'incontro si chiamarono "mio caro amico". Ad Ascona gran parte della strada che restava da percorrere fu percorsa meglio e più rapidamente di quanto si sarebbe potuto fare nelle sedute ufficiali, in mezzo a tutto l'apparato delle varie delegazioni.
Un'altra conversazione rimasta famosa fu quella del 10 ottobre. Quel giorno era il compleanno di Madame Chamberlain, moglie del capo della Delegazione inglese. In suo onore i signori decisero galantemente di organizzare una gita sul Lago Maggiore con un battello che si chiamava "Fiori d'arancio". Tout un symbole !
Durante l'escursione in uno scenario incantevole, Briand, che credeva di aver convinto Luther qualche giorno prima sotto la pergola dell'"Albergo Elvezia", si mise a convincere pure Stresemann. In breve tempo i punti di vista si avvicinarono tanto che, pochi giorni dopo, con l'adesione alla Conferenza di italiani, belgi, polacchi e cecoslovacchi, si poté giungere alla firma degli accordi, il cui annuncio suscitò giubilo nella popolazione locarnese, e speranza in tutto il mondo.
Purtroppo la Pace di Locarno non fu duratura ma non dobbiamo per questo sottovalutare il valore di quanto tentato a Locarno, non solo tentato, ma compiuto nell'ottobre del 1925. Non si può rimproverare agli artefici degli accordi di Locarno di non essere andati oltre quanto consentiva la situazione del 1925. Soprattutto non possiamo biasimarli per quanto accaduto successivamente, di cui non hanno alcuna responsabilità: la morte prematura di Stresemann, la crisi, l'ascesa del nazismo e tutte le loro conseguenze.
La tragica fine di Locarno e del suo "Esprit" avvenne il 7 marzo 1936 quando Hitler, rimilitarizzando la Renania, stracciò gli accordi di Locarno, e i firmatari dell’ottobre 1925, o i loro successori, dimenticarono le loro firme non reagendo. Eppure avrebbero avuto il diritto di reagire, e il dovere di tutelare la Pace.
Sarebbe ingiusto far sopportare agli uomini del 1925 e alla loro opera le responsabilità che furono quelle degli uomini del 1936. L'opera di Locarno resta nella memoria degli Uomini come l'impresa più seria, dopo la Grande Guerra, di costruire la Pace. Un onore per Locarno aver ospitato questo tentativo.
FM, 21.02.25
Fonte:
Un territorio assassinato, 2023
Conferenza di Jacques Bariéty, 1985
Actio CRS, marzo 1986
l'Europa a Locarno, 1975
Eco di Locarno, 7.10.1965
23 febbraio 2025
Locarno 1925. Già allora polo regionale
04 febbraio 2025
Riflessioni sul fallimento della sicurezza collettiva e sulle sue ragioni
Di Georges-Henri Soutou, pubblicato in Cairn Info, 24 gennaio 2013
La “sicurezza collettiva” era un elemento essenziale di una risposta democratica e liberale alla sfida della Grande Guerra: la costruzione dei trattati del 1919-1920 rispondeva certamente agli interessi dei vincitori, ma voleva anche stabilire un modello internazionale per la periodo postbellico. Tutta questa struttura doveva basarsi fondamentalmente sulla democratizzazione liberale del Continente, corollario della sicurezza collettiva, come spiegò Benes in modo molto suggestivo davanti alla Camera dei Deputati ceca il 25 aprile 1933. C'è stata infatti una risposta democratica consapevole e volontaria, a partire da Wilson e Clemenceau, alle sfide poste dal parossismo di violenza e instabilità scatenato dalla Grande Guerra.
Poiché siamo all'Istituto Cattolico, ricordiamo che questo nuovo sistema internazionale ricevette un certo appoggio dalla Santa Sede: nel prolungamento dell'azione per la pace di Benedetto XV durante la guerra. Papa Pio XI incoraggiò discretamente Locarno e il riavvicinamento franco-tedesco (...)
(…) Ma il tentativo dei leader europei di stabilire un nuovo sistema internazionale fallì, e non solo perché la Germania rinunciò definitivamente alla democrazia, non solo a causa del fallimento dell'ambiente di sicurezza collettiva previsto e indispensabile (democrazia liberale e liberalismo economico), ma anche perché i dirigenti francesi (e britannici, a loro modo) e le loro opinioni pubbliche, profondamente segnate dalla Grande Guerra, portarono la sicurezza collettiva oltre il ragionevole e ne fecero un mito paralizzante che, di fatto, contribuì a rovinare il fronte della deterrenza. costituito nel 1935 contro il Reich, con il "fronte di Stresa" (Gran Bretagna, Francia, Italia) e il patto franco-sovietico.
L'eredità della guerra è complessa: genera certamente reazioni revisioniste tra i vinti, ma anche i semi di un nuovo sistema internazionale, che deve dare a tutti il posto che gli spetta; Allo stesso tempo, genera un pacifismo di principio che rovinerà le possibilità di questo nuovo sistema. Qui possiamo vedere chiaramente che dobbiamo evitare qualsiasi spiegazione univoca. Inoltre, il sistema instaurato nel 1925 a Locarno, considerato l’apice della sicurezza collettiva, era caratterizzato da molteplici ambiguità giuridiche e da una contraddizione fondamentale: era allo stesso tempo qualcosa di nuovo (la sicurezza collettiva) e la resurrezione di qualcosa di vecchio, che risaliva al 1815 (se non addirittura ai Trattati di Westfalia del XVII s.): il Concerto Europeo. Ma queste due nozioni erano, come vedremo, contraddittorie... E non dimentichiamo che Locarno fu colpita da un'ambiguità fondamentale circa gli obiettivi: per Berlino si trattava di rivedere la Pace di Versailles con dolcezza, per Parigi di difenderla con intelligenza. Fondamentalmente, la sicurezza collettiva fallì perché non riuscì né a contenere la spinta revisionista dei vinti (in particolare il Reich, ma anche l'Ungheria) né a incanalarla in un'evoluzione accettabile per gli altri Paesi e compatibile con il mantenimento della pace. Ma questo dilemma era proprio il grande problema dell'epoca.
Promemoria: sicurezza collettiva
Il concetto di "sicurezza collettiva" è apparso alla fine del XIX , in reazione al "Concerto europeo delle grandi potenze" istituito dal 1815 (le piccole potenze erano sempre meno soddisfatte di un sistema che dava loro poca voce in capitolo), non più delle "nazionalità" allogeniche nei Paesi multietnici, come l'Austria o la Russia, che erano pilastri del Concerto europeo, e che lo usavano proprio per soffocare le istanze nazionali, in nome dell'"equilibrio" tra le potenze).
La sicurezza collettiva fu anche una reazione alle alleanze permanenti del tempo di pace, che portarono alla spirale dell'entrata in guerra nel 1914, attraverso un meccanismo apparentemente inesorabile che aveva molto segnato i contemporanei (si legga ad esempio Les Thibault , di Roger Martin del Gard). In particolare, l'alleanza franco-russa del 1891-1893 (un'alleanza segreta, automatica) aveva lasciato un ricordo molto brutto, anche tra i leader, anche se non potevano dirlo troppo pubblicamente a causa delle controversie degli anni Venti e Trenta sulle responsabilità francesi e russe nella guerra.
Si ritenne quindi che la sicurezza dovesse essere stabilita con il potenziale avversario, includendolo nel sistema diplomatico, non contro di esso, attraverso alleanze bilaterali che in qualche modo designassero il potenziale avversario. Questa filosofia del tutto nuova ispirò il presidente Wilson e la creazione nel 1919 della Società delle Nazioni, da lui auspicata fin dalla fine della guerra. Nella sua mente, tutti i Paesi erano chiamati a farne parte, compresa, alla fine, la Germania. Ma ben presto divenne evidente che la Società delle Nazioni non poteva essere efficace: si trattava di un forum internazionale e non di una vera e propria organizzazione per il mantenimento della pace. I francesi hanno cercato di rafforzare la Società delle Nazioni proponendo di consentirle di designare chiaramente un possibile aggressore con un voto a maggioranza (e non all'unanimità, il che è molto difficile da ottenere) e di darle il potere di prendere sanzioni reali, comprese quelle militari. Si trattava del "Protocollo di Ginevra" del 1924, che alla fine fallì a causa dell'opposizione della Gran Bretagna.
Ottobre 1925: Locarno e le sue ambiguità
Si comprese allora che la Società delle Nazioni sarebbe rimasta troppo debole e troppo astratta. Era necessario qualcosa di più specifico. Da qui gli accordi di Locarno dell'ottobre 1925, con i quali Francia, Germania e Belgio riconobbero i loro confini reciproci, con la garanzia di Londra e Roma che si sarebbero ribellate a chiunque dei tre Paesi avesse violato gli accordi. Ma gli accordi di Locarno corrispondevano soprattutto alla strategia di Londra (separare l'Europa orientale e quella occidentale dal punto di vista della sicurezza e assumere una posizione di arbitro tra Francia e Germania). In realtà Locarno riguardò solo i confini occidentali, tra Germania, Belgio e Francia, e non quelli con Polonia e Cecoslovacchia. D'altro canto, Londra e l'Italia garantivano certamente la Francia contro un attacco tedesco, ma anche il Reich contro un'invasione francese (sia nel caso di una seconda operazione della Ruhr, come nel 1923) o anche eventualmente, ecco la grande ambiguità degli accordi di Locarno, nel caso di un intervento francese a favore della Polonia attaccata dalla Germania.
È quindi necessario mettere in luce le contraddizioni interne di Locarno, legate ai problemi posti dalla nozione di “sicurezza collettiva”. In particolare la differenza di sicurezza tra Europa occidentale e orientale (la Germania non garantiva i propri confini a est e questi non erano soggetti a garanzia internazionale). Ciò ridusse seriamente la sicurezza nell'Europa orientale, perché vi era una potenziale contraddizione tra Locarno e le alleanze concluse dalla Francia con la Polonia nel 1922, con la Cecoslovacchia nel 1924, alleanze rinnovate nel 1925 nel quadro degli accordi di Locarno, perché Parigi era ben consapevole di questa contraddizione e aveva cercato di riequilibrare le cose.
Il mito della sicurezza collettiva
Ma una cosa domina tutto durante l'era di Locarno e anche anni dopo, fino al 1939: il dogma della sicurezza collettiva, il sistema giuridico del patto della Società delle Nazioni e gli accordi di Locarno, con le loro ambiguità e in particolare il problema permanente che pongono in gli impegni che la Francia può assumere nell'Europa orientale e nei rapporti con la Gran Bretagna. Non si capisce nulla se si perde di vista il peso schiacciante del mito della sicurezza collettiva per i responsabili e per l'opinione pubblica della Francia di allora. La sicurezza collettiva, che è multilaterale e deve comprendere il più possibile tutti i partner, compresi i potenziali avversari, sembra infatti essere l'unica via per evitare il ripetersi di una catastrofe come quella del 1914.
Le ambiguità legali di Locarno
Tuttavia, la sicurezza collettiva, così come applicata dagli accordi di Locarno, comporta un grande rischio di contraddizione legato al ruolo di arbitro della Gran Bretagna (che complica chiaramente la politica di sicurezza francese in seguito: infatti, se la Francia accorre in aiuto della Polonia attaccata dalla Germania, la Gran Bretagna può considerarsi l'aggressore e intervenire contro di essa).
Una questione collegata alla precedente e particolarmente complessa è quella dei rapporti tra la Società delle Nazioni e gli accordi di Locarno: il funzionamento di questi accordi è soggetto a discussione preventiva a Ginevra oppure no, con tutti i rischi di ritardi e incomprensioni? Cosa possiamo immaginare? La questione è stata oggetto di un dibattito al Quai d'Orsay mentre era in corso Locarno. Ma il dibattito si evolse rapidamente nella direzione del riconoscimento di una priorità della Società delle Nazioni rispetto a Locarno: questo era diventato un dogma indiscusso nel 1934-1935. Ma di conseguenza Locarno, dal punto di vista della Francia e dei suoi alleati a Est, ne risultò indebolita.
Si tratta di un problema strutturale della politica estera francese di questo periodo, è l'immenso problema della sicurezza collettiva, intesa in modo estremo, e del suo impatto straordinario, a causa del rifiuto retrospettivo delle alleanze anteriori al 1914, e in particolare di quelle automatismo dell'alleanza franco-russa, che, come scrisse Jacques Bainville dopo la guerra, «non si concluse nella gioia e nell'apoteosi».
Il revisionismo è scritto a Locarno
In questa rapida erosione delle posizioni giuridiche francesi - la cui importanza è stata, a mio avviso, considerevole fino al 1936 e alla rioccupazione della Renania da parte di Hitler (in effetti, la questione si pone allora in tutta la sua acutezza: la Francia può agire unilateralmente per far rispettare Locarno e costringere Hitler a riattraversare il Reno, visto che Londra non vuole muoversi?) – sarà necessario riflettere, tra l’altro, sul peso del revisionismo in Francia riguardo alle origini della prima guerra mondiale e alle sue conseguenze. La cattiva coscienza che si andava diffondendo in certi ambienti circa le condizioni per l'entrata in guerra nel 1914 non contribuì forse insidiosamente all'adozione di tesi britanniche (e tedesche) sui limiti che Locarno imponeva a un'eventuale azione unilaterale della Francia? E la cattiva coscienza collettiva riguardo ai trattati di Versailles e Saint-Germain contribuì all'indebolimento di Parigi nel marzo 1938 ( Anschluss ) e nel settembre (accordi di Monaco): dopotutto, gli austriaci e i Sudeti sono tedeschi! Abbiamo concordato di passare dalla concezione francese di una nazione "civile", basata sui diritti e sulla volontà dei cittadini, alla concezione etnica della nazione, basata sulla lingua e sulle origini etniche, rovinando così tutta una parte della politica estera francese sin dall'inizio. il XIX e nel periodo 1919-1920.
Va notato qui che il testo di Locarno stesso evitava la nozione di "status quo": il testo originale del Preambolo del Patto del Reno parlava di "garantire lo status quo ". Ma dopo i negoziati il testo divenne: "garantire la pace nella zona che così spesso è stata teatro di conflitti europei". Ciò era indicativo della nuova mentalità: la pace era più importante della difesa dello status quo. E ricordiamo che l'articolo 19 del Patto della Società delle Nazioni consentiva la revisione dei trattati... D'altro canto, con Locarno e il rapporto Briand/Stresemann, si instaurò una dinamica di cui Briand era perfettamente consapevole: era necessario fare delle concessioni per sostenere Stresemann e consolidare la democrazia di Weimar. Questo è un altro aspetto del nesso tra sicurezza collettiva e democrazia che ho già evidenziato.
Fu così che nel 1928-1929 si decise di evacuare la Renania nel 1930, in cambio del Piano Young. Ma il vertice fu raggiunto a Thoiry il 17 settembre 1926: Stresemann propose, grazie alla ritrovata solidità finanziaria del Reich, un pagamento anticipato delle riparazioni in cambio dell'evacuazione immediata della Renania e della restituzione della Saar senza plebiscito. Allo stesso modo, la Germania concederebbe un prestito alla Polonia (in pieno collasso) in cambio di una modifica del confine tra Polonia e Germania. Briand diede il suo accordo di principio (né lui né Berthelot, nelle loro discussioni con i tedeschi, esclusero la possibilità di una revisione del confine tedesco-polacco, che molti riconobbero essere stato tracciato particolarmente male a Versailles) .
Briand era quindi pronto per una revisione importante, anche se Poincaré, presidente del Consiglio da luglio, avesse causato il fallimento di Thoiry. È comprensibile che perfino i tedeschi più moderati, sulla scia di Stresemann, credessero nella sua possibilità. La Francia non seppe scegliere: non rimase ferma sulle posizioni del Trattato e fece delle concessioni alla Germania, ma sempre con riluttanza; non scelse l'accordo totale con gli anglosassoni; né esplorò le possibilità (reali, almeno nel 1931) di un accordo bilaterale con la Germania sulle riparazioni, l'economia, la sicurezza, un accordo che avrebbe messo Londra e Washington di fronte alle loro responsabilità e alle loro contraddizioni. Fu questo il fallimento di Locarno, l'ultima possibilità di una revisione ragionevole, la cui necessità tutte le persone serie compresero, nonostante la riluttanza dell'opinione pubblica francese (non tutta, tra l'altro) e naturalmente dei Paesi alleati dell'Europa dell’Est – sono stati sprecati, in gran parte a causa delle divisioni tra gli occidentali. Se si accetta che la revisione fosse inevitabile, gli Alleati non sapevano come gestirla. Aggiungiamo qui, e ciò è essenziale per comprendere quanto seguì, che a Parigi il dogma della "sicurezza collettiva" venne sempre più sostituendo la valutazione oggettiva dell'equilibrio di potere e del ben noto interesse nazionale. Questo, a mio avviso, spiega ampiamente la perdita di orientamento subita dalla politica estera francese a partire dal 1930. Tanto più che la sicurezza collettiva includeva il potenziale avversario (e questa è anche la sua differenza essenziale con la classica politica di sicurezza basata su alleanze palesemente rivolte contro un potenziale avversario) e quindi portava, in modo quasi strutturale, a farle delle concessioni affinché non turba l'ordine europeo al quale era stato associato.
Il quadro generale fallisce
Gli ambienti locarnisti sapevano bene che tre cose andavano di pari passo: la democrazia, l'economia liberale (notiamo che tutta una serie di accordi per settore industriale su scala europea, in particolare per l'acciaio a partire dal 1926, formarono quello che si potrebbe chiamare una "Locarno economica") e la sicurezza collettiva, che dipendeva da un ambiente politico ed economico liberale.
Ma l'economia liberale decadde con la crisi del 1929: i diversi Paesi adottarono la strategia del "ciascuno per sé" e abbandonarono l'approccio più multilaterale che si era affermato negli anni Venti. Di conseguenza, a partire dall'inizio degli anni '30 la democrazia fallì o declinò nell'Europa centrale e orientale. Il quadro generale che sosteneva la sicurezza collettiva era compromesso.
Una delle ambiguità di Locarno rafforza la pressione per una revisione dei trattati: è anche una resurrezione del vecchio Concetto d'Europa
Ovviamente, all'epoca non si insistette molto su questo punto, ma Locarno fu fondamentalmente un accordo e un sistema di consultazione, esterno alla Società delle Nazioni, tra Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia. Vale a dire, le grandi potenze del Concerto europeo di prima del 1914, meno l'Austria-Ungheria, che era scomparsa, e la Russia, che era fuori gioco. Possiamo quindi vedere da ciò un'ambiguità fondamentale: la sicurezza è ufficialmente praticata collettivamente – e l’uguaglianza tra tutti gli Stati, piccoli o grandi – ma, di fatto, siamo tornati a un sistema basato sui grandi capitali. Eppure Hitler dal 1933, e nonostante la retorica ipernazionalista del regime, avrebbe saputo usare molto bene questa ambiguità: quando arrivò al potere, il Reich godeva in realtà di una situazione internazionale, grazie a Stresemann, che era di gran lunga superiore a quella degli anni immediatamente successivi alla sconfitta del 1918.
Primo esempio: la propensione degli Alleati a prendere in considerazione una certa revisione dei trattati nell'ambito dei rapporti a quattro risultanti da Locarno fu dimostrata dall'episodio del Patto quadripartito del luglio 1933. Questo scaturì da un'iniziativa di Mussolini. Preoccupato per gli obiettivi di Hitler e desideroso di incoraggiare il revisionismo in Ungheria, propose che i quattro maggiori Paesi europei si accordassero per organizzare, se necessario, la revisione dei trattati, sulla base dell'articolo 19 del Patto della SDN che ne prevedeva il principio. Parigi seguì Mussolini, in parte perché il ministro degli Esteri Paul Boncour pensava di poter contare sull'Italia contro la Germania, e in parte perché lo stesso primo ministro Daladier non era ostile a una revisione moderata del Trattato per salvare la pace. Tuttavia, si tenne conto della reticenza dell'opinione pubblica (la Camera rifiuterà di ratificare il Patto, prima manifestazione di un irrigidimento anti-hitleriano che si farà sentire nel 1934-1935) e degli alleati a Est: alla fine il patto fu firmato il 15 luglio 1935, ma molto annacquato.
Tuttavia, il risultato più evidente fu quello di intronizzare la Germania di Hitler nel Concerto degli Stati Europei ricostituito a Locarno ma così profondamente pervertito, e di allarmare la Polonia e la Piccola Intesa: il sistema francese di alleanze si trovò profondamente indebolito e il 26 gennaio 1934 Varsavia concluse un patto di non aggressione con il Reich. Berlino aveva riportato una grande vittoria e stava iniziando a sostituire la sicurezza collettiva con una rete di accordi bilaterali incentrati sul Reich. Tanto più che quest'ultimo aveva abbandonato la conferenza sul disarmo e la Società delle Nazioni nell'ottobre del 1933. Tutte le basi della sicurezza in Europa (la sicurezza collettiva e le sue istituzioni, il Concerto delle Grandi Potenze, il sistema francese di alleanze) erano ormai compromesse o sovvertite, e ci saremmo mossi rapidamente da una prospettiva di revisione controllata ad una molto più ampia e potente.
Monaco come culmine delle ambiguità di Locarno e del ritorno a un Consiglio europeo perverso, sotto il peso del mito della sicurezza collettiva e della cattiva coscienza pacifista, che porta all'accettazione del revisionismo.
La Conferenza di Monaco del settembre del 1938 si inserì pienamente nel movimento franco-britannico di revisione costante perseguito fin dal 1924, nel contesto della sicurezza collettiva. Il 29, a Monaco, si incontrarono i leader tedesco, italiano, francese e britannico, senza i cechi. Da notare che questa è la configurazione del Patto quadripartito del 1933: questa conferenza è una caricatura, una perversione del Concerto europeo ma, al momento, appare nella continuità di quanto era stato preparato fin dal 1930 e, nella mente delle persone, se non ovviamente nella realtà, sembra prolungare la sicurezza collettiva. Fu ben accolto, almeno all'epoca, anche dall'opinione pubblica britannica e francese. Tuttavia, le decisioni della conferenza furono pessime: la Cecoslovacchia perse immediatamente i Sudeti, che erano stati ampiamente demarcati, senza un plebiscito, e nelle settimane successive la Polonia e l'Ungheria si impossessarono della loro parte. I francesi e gli inglesi, invece, credono, il che è vero, di aver impedito a Hitler di impadronirsi dell'intera Cecoslovacchia senza guerra, che era il suo programma iniziale (e si sarebbe sempre pentito di non averlo fatto). Tuttavia, la garanzia internazionale promessa a Praga non verrà mai ratificata da Berlino. Ma possiamo vedere a cosa hanno portato i concetti di sicurezza collettiva e di revisione negoziata.
È chiaro, infatti, anche se raramente si è prestata attenzione a questo punto, che è questa la posta in gioco, e che i responsabili di allora vedevano chiaramente la loro politica del 1938 nella continuità di quanto avevamo iniziato a fare in precedenza. . Nelle sue memorie, Paul Reynaud (allora ministro delle Finanze) racconta che al suo ritorno da Monaco Daladier gli disse: "Questa è la mia politica. Questo è il patto quadripartitico.” Daladier continuò per un po' su questa strada: pensava ancora che fosse possibile risolvere gli altri problemi europei allo stesso modo della conferenza di Monaco, che per un certo periodo fu intesa a Parigi come il primo di una serie di incontri che avrebbero permesso le maggiori potenze per risolvere progressivamente i problemi, tra cui le questioni territoriali, economiche e di disarmo. Il 4 ottobre 1938 dichiarò alla Camera: "Preserveremo la pace solo se finalmente creeremo le basi per una soluzione globale.”
Georges Bonnet, all'epoca ministro degli Esteri molto controverso, non disse altro: "Da quando nel 1936, con l'occupazione della Renania, Hitler aveva stracciato gli accordi di Locarno, i governi francese e inglese avevano cercato di nuovo di far accettare alla Germania un sistema di sicurezza collettiva, per garantire che non potesse più rimanere una forza isolata e indisciplinata e che potesse partecipare al concerto europeo.”
Conclusione
È chiaro che la sicurezza collettiva, in questo contesto, era diventata una copertura, un modo per razionalizzare il declino dell'influenza politica e della potenza militare della Francia. Ma fu anche il culmine ultimo delle ambiguità di Locarno. I contemporanei erano consapevoli del fallimento della sicurezza collettiva instaurata nel quadro di Locarno (quando non era basata, o non era più basata, su valori comuni) e del pericolo di un ritorno al concerto europeo delle grandi potenze.
Lo hanno detto molto chiaramente i padri dell'Europa dopo il 1945. Robert Schuman ha sempre sottolineato di aver preso una decisione fondamentale: andare oltre la politica tradizionale del Concerto europeo, la semplice collaborazione tra le potenze, che aveva portato solo ad alleanze antagoniste e grandi guerre europee. Per lui si trattava di una reazione profonda: era assolutamente necessario evitare il riaccendersi di vecchie rivalità, che il Concerto europeo non aveva impedito, e, per questo, costruire un'Europa integrata. Esiste quindi un legame diretto tra il periodo tra le due guerre e la costruzione dell'Europa dopo il 1945, attraverso le lezioni apprese dagli errori commessi tra il 1919 e il 1939.
28 dicembre 2024
Vita quotidiana a Locarno -
Il Natale
Il Natale nel 1924 a Locarno, come in tutto il Ticino, aveva poco o nulla a che vedere con quello del 2024. Manipolato e promosso unicamente in chiave commerciale e consumistica già a partire da settembre, a scapito dei valori prettamente spirituali legati a questa solennità.
5 dicembre 2024
Per una Storia locale meno elogiosa
1 0 dicembre 2024
Ticino irredente
Gli anni precedenti il 1914 dimostrarono quanto fossero fragili le fondamenta dell’economia ticinese. Il Cantone non riuscì ad uscire dal suo isolamento e lo sviluppo industriale fu bloccato da crisi che atrofizzarono settori quali la cioccolata, i tabacchi, la seta, il granito, le banche, e stroncarono l’ottimismo e l’attivismo che caratterizzarono i primi anni del secolo. Si ritornò a privilegiare l’agricoltura, anch’essa però in rovina, perché sembrava non produrre altro che povertà ed emigrazione.
Nel 1924 il Cantone avviò la politica delle cosiddette “Rivendicazioni ticinesi”, chiedendo a Berna l’abolizione di tariffe ferroviarie discriminatici, compensi per le concessioni idroelettriche, sovvenzioni per le bonifiche, aiuti per le strade, sussidi scolastici e contributi per la difesa dell’identità ticinese minacciata da un’invadente presenza tedescofona, ma soprattutto pericolante per la fragilità della sua economia. Dopo il 1919 il Ticino visse dunque di riflesso nazionalismi, rivoluzione bolscevica e dittatura fascista.
Nonostante una sentimentale fiducia per tutto ciò che era civiltà italiana, il Ticino rifiutò le soluzioni estreme, respinse l’irredentismo e il fascismo che, come la Cisalpina nel 1797, avrebbero travolto le autonomie locali e i singoli poteri. Berna osservò comunque con apprensione le richieste di maggiori contatti con l’Italia e, per motivi elettorali, anche liberali e conservatori militarono per una maggiore elvetizzazione del Ticino, dove vi era però esigenza di contatti economici con l’Italia e dove spesso non esisteva distinzione fra filofascismo, irredentismo e italianità. Il Ticino subì le conseguenze di essere stretto fra gli interessi di Berna di non promuovere l’antifascismo per evitare difficoltà con l’estero e il rafforzarsi della sinistra, e il sostegno del Consigliere federale ticinese Giuseppe Motta (1871-1940) all’imperialismo italiano.
Nessuna apertura economica verso l’Italia fu ritenuta possibile e il progetto di “Ticino zona franca” fu condannato per le sue implicazioni politiche. Malgrado la realizzazione di alcune rivendicazioni il Cantone continuò a soffrire della sua posizione volutamente isolata. I difensori dell’italianità e il loro settimanale “L’Adula” si spostarono allora verso il fascismo e le tesi irredentiste. La questione dell’italianità si velò così di un marchio di ambiguità. Il Ticino si allontanò allora da ogni possibilità di contatto con l’Italia e si favorì la politica che prevedeva la soluzione della questione ticinese attraverso un più attivo avvicinamento alla Svizzera interna, e la fedeltà all’ideale repubblicana ancorato nella Costituzione federale, grazie pure agli elvetisti, con in prima linea l’avvocato Brenno Bertoni (1860-1945).
Nel suo contributo “Lo sviluppo economico del Ticino: due secoli di critiche (1783-1964)” pubblicato nel 2019, il professore e ex Direttore della Scuola universitaria professionale della Svizzera Italiana (SUPSI) Angelo Rossi scrive: “L’economista Carlo Kuster (1880-1968), per più di tre decenni segretario della Camera di commercio ticinese, fu anche uno dei più acuti analisti e commentatori dello sviluppo economico del Cantone tra le due guerre mondiali. Nella sua opera “Ticino, zona franca italiana?” (1937) si oppose alla proposta degli irredentisti di integrare l’economia ticinese nello spazio economico italiano. I suoi argomenti devono aver convinto le autorità perché, complice naturalmente l’esito della seconda guerra mondiale, la proposta in questione fu rapidamente abbandonata. La critica di Kuster alla proposta degli irredentisti si articolava in tre punti. Dapprima, egli analizzava la situazione dell’economia delle terre a meridione delle Alpi prima della creazione della Confederazione svizzera, arrivando alla conclusione che anche quando il Ticino era praticamente integrato nel mercato dell’Italia del nord la sua economia non aveva tratto molti vantaggi da questa situazione. Successivamente, si soffermava sulla problematica dei costi e benefici per l’economia ticinese a seguito dell’integrazione nel mercato elvetico: per Kuster il bilancio andava valutato positivamente, in considerazione del fatto che il Ticino, grazie anche all’appoggio della Confederazione, aveva potuto realizzare la linea ferroviaria del San Gottardo. Infine, il segretario della Camera di commercio veniva tuttavia a relativizzare tali vantaggi, in quanto le soprattasse di montagna, insieme ad altri fattori, mitigavano nella realtà le potenzialità dello sviluppo economico del Cantone.”
“L’Adula” fu un periodico di cultura italiana e irredentista pubblicato in Ticino dal 4 luglio 1912 al 3 agosto 1935, fondato e diretto da Teresina Bontempi. Il nome della testata si riferisce al monte omonimo che separa la Svizzera italiana dalla Svizzera tedesca. Promotore del periodico fu il glottologo Carlo Salvioni. Dapprima il periodico condusse una battaglia per affermare l’italianità storica, culturale e linguistica delle terre ticinesi contro le tendenze e influenze istituzionali dei cantoni di lingua tedesca. Sulle sue pagine scrissero lo storico Eligio Pometta, il linguista Carlo Salvioni e gli scrittori Francesco Chiesa, Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini. successivamente, verso il 1920, i toni del giornale si acuirono verso simpatie irredentiste e infine filofasciste, e furono accusati di estremismo e propaganda irredentistica e perciò venne più volte sospeso. Nel 1935 le autorità federali chiusero il giornale e la direttrice fu condannata con l’accusa di irredentismo ad alcuni mesi di prigione che scontò nel penitenziario di Lugano.
28 novembre 2024
Da un Grand Hôtel a un grande vuoto?
Esattamente 101 anni dopo lo storico incontro, la sede del “Patto di Locarno” riaprirà i battenti grazie ad una lodevole iniziativa privata. Per una decina d’anni il destino del Grand Hôtel sembrava segnato. Il dibattito sulla sua possibile demolizione non fu mai veramente ampio: quando furono sollecitati dai media, politici e intellettuali locali non brillarono per le loro prese di posizione a favore della storica struttura. Le proposte concrete di acquisto e recupero furono invece più numerose ma non ebbero esito positivo.
Mantenere e ristrutturare un edificio come il Grand Hôtel di Locarno necessita indubbiamente importanti investimenti. Eppure quest’albergo li merita perché è un importante componente della nostra memoria storica e culturale. Stupiva perciò l’assenza di vero interesse e di un dibattito sul Grand Hôtel quale simbolo del deturpato Ticino urbanistico di oggi*. Come stupiva che Consiglieri di Stato, personaggi di spicco del mondo culturale e turistico e architetti di fama mondiale non fossero riusciti a convincere potenziali interessati ad investire i milioni necessari alla realizzazione ex-novo di un Museo dell’Architettura in quella prestigiosa sede (un museo che un giorno avrebbe potuto ospitare una rassegna sui … Palaces ticinesi che furono). Stupiva quindi che non si trovassero fondi pubblici e privati, forze politiche e umane per salvare un pezzo, questo ed altri, di quel Museo di architettura che già oggi esiste sul territorio a costo zero e che, come lo dimostrarono certi itinerari architettonici che proponeva l’allora Ente Ticinese per il Turismo, non ha bisogno di un museo per farsi apprezzare dal pubblico.
La struttura non è diventata un Palacinema e nemmeno un Museo del Cinema. Se fosse scomparsa forse avrebbe fatto posto a moderne e tutto sommato banali e uniformate strutture di cemento e vetro con appartamenti di lusso per pochi ma facoltosi, di cui il Ticino è ormai pieno. Questo è il destino che è toccato ad esempio a Villa Branca e alla Romantica a Melide. Un destino ormai comune in tutto il Cantone fin dagli anni ’50, che ha profondamente trasformato e stravolto la nostra terra e ha eliminato molte delle sue più belle testimonianze architettoniche
*Secondo lo scrittore Renato Martinoni in “La cultura nel Locarnese fra Otto e Novecento” nel Locarnese prevale una cultura provinciale, locale, strapaesana, intellettualmente chiusa, incapace di far tesoro degli stimoli che giungono dall’esterno”.
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27 novembre 2024
Mémoires du Grand Hôtel Locarno
Ci sono luoghi che attirano per la loro bellezza. E il Locarnese di metà Ottocento era uno di quelli. Per poter permettere a chi voleva scoprire, apprezzare e godere il territorio furono costruiti grandi alberghi, spesso molto lussuosi ed elitari, che contribuirono con la loro architettura e i loro parchi lussureggianti a renderli ancora più belli. Il Grand Hôtel Locarno, progettato da Francesco Galli e Luigi Fontana, dal 1876 al 2005 è stato uno di quelli.
Primo Palace e primo luogo con glamour internazionale del Ticino, ha accolto fra le sue mura, nelle sue grotte e nel suo parco nobiltà europee, politici svizzeri e internazionali, attrici, attori e registi di gran fama, molti turisti e molti locarnesi. E pure la Dietrich in un monacale silenzio. A partire dal 1876 ha fatto entrare il Ticino nella modernità, nel 1925 ha ospitato la Conferenza della pace, detta del “Patto di Locarno”, nel 1946 ha dato i natali al Festival internazionale del film e lo ha ospitato fino al trasferimento delle proiezioni in Piazza Grande nel 1970. L’albergo divenne poi soprattutto un luogo di incontri privilegiati fra artisti e pubblico nel parco e nei lussuosi saloni, dove si svolgevano pure feste memorabili durante tutto l’anno.
Per ben 16 anni la struttura fu però lasciata degradare e l’incuria dilagò. Nell’apparente indifferenza delle autorità cantonali e comunali, dei vertici del Festival del film, degli enti turistici, dei proprietari e dei cittadini. Facciate scrostate e fatiscenti, strutture in rovina, oggetti deturpati, mutilati o derubati, giardino inselvatichito, sporcizia e rifiuti ovunque. Per non parlare dei topi. Nonostante vari progetti di vendita, di demolizione (!), di rilancio nulla si mosse fino ai lavori di ristrutturazione iniziati nel 2023. La struttura diventò sempre più fatiscente e ha rappresentato un pessimo biglietto da visita per il Locarnese e per chi arrivava in stazione. Ma continuava a rappresentare un notevole potenziale economico, e soprattutto una testimonianza storica unica.
Pur trattandosi di una proprietà privata, resta una struttura ad uso pubblico che appartiene a tutta una regione e alla sua memoria collettiva. Infatti il Grand Hôtel non è una struttura qualunque: è parte integrante della Storia del Ticino, è stato all’origine di tutto il nostro turismo, è un luogo della memoria per eccellenza dove pure migliaia di locarnesi e ticinesi hanno vissuto esperienze di vita. Testimone di 150 anni di Storia ticinese, svizzera e internazionale. Mentre il suo parco subtropicale, anche se ormai ridotto all’osso, resta un importante polmone verde per la città. Ma soprattutto, nonostante il glamour, non è mai stato un luogo unicamente elitario: ha infatti sempre saputo essere un attore della vita dei Locarnesi e anima di molte loro storie personali. Non è un albergo, è un’istituzione! La sua posizione e gli spazi sono unici, hanno affascinato ma anche fatto gola. Durante i 16 anni di abbandono era quasi tabu parlarne, anche se c’era chi non nascondeva le sue smanie di rovinare quello spazio con un ennesimo resort di lusso di vetro e cemento.
Meritava di diventare IL Palacinema, realizzato poi altrove in città, con annesso un museo del cinema, oppure un Museo del Territorio, che arriverà però nell’ex convento di Santa Caterina, un museo dell’architettura, un centro culturale, un museo del turismo, insomma una struttura che valorizzasse il Ticino e desse onore e fierezza ai suoi abitanti, e non solo vergogna. Il caso volle che nel 2003, proprio il giorno dell’annuncio della possibile demolizione del Grand Hôtel, Governo cantonale e vip locali si recassero a San Pietroburgo per commemorare l’architetto Domenico Trezzini (1670-1734) di Astano e per complimentarsi con quella città per le sue capacità nel valorizzare il passato. Mentre in Patria si lasciava demolire “la terra d’artisti”, ma non quella delle artiste allora assai numerose in Ticino. Nel 2025 si ricorderanno i 100 anni del Patto di Locarno e i 150 anni dell’albergo, e nel 2026 gli 80 anni del Festival del film. Il buon senso vorrebbe che proprietari, operatori economici, culturali e turistici, così come le autorità di Muralto, Locarno e cantonali si adoperino in modo sinergico affinché quel luogo storico possa essere e diventare uno degli strumenti di promozione e valorizzazione di quegli eventi e di tutta la regione. Affaire à suivre.
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26 novembre 2024
1925: l’Esprit de Locarno
Durante la Grande Guerra (1914-1918) la Svizzera visse una neutralità difficile, la sua unità fu messa a dura prova e l’approvvigionamento si dimostrò arduo. La situazione sociale divenne tesa e si arrivò allo sciopero generale del 1918, duramente represso dall’esercito in particolare a Ginevra. Ma dalla sconfitta nacque il socialismo di Stato. Nel 1920 la Svizzera entrò nella Società delle Nazioni, che marcò il tramonto definitivo dei grandi imperi russo, turco e tedesco. Il trattato di Versailles del 1919 scontentò però tutti e umiliò la Germania.
E fu allora, nell’ottobre del 1925, che Locarno entrò nella Storia mondiale contemporanea. Per dieci giorni, dal 5 al 16 ottobre, ospitò i potenti dell’epoca, fra cui il britannico Austen Chamberlain, il tedesco Gustav Stresemann, il francese Aristide Briand e il dittatore fascista italiano Benito Mussolini, riuniti per firmare un Patto che avrebbe dovuto scongiurare una nuova guerra grazie al riconoscimento e alla conferma di frontiere definite lungo il Reno fra la Germania e i suoi vicini. Il “Patto di Locarno” entrò in vigore nel 1926, quando la Germania fu accolta in seno alla Società delle Nazioni (SDN): fu l’inizio di un breve, ma intenso periodo di distensione e di collaborazione. Ma “l’Esprit de Locarno” servì solo a consolidare una pace effimera. Il Patto fu denunciato da Hitler il 7 marzo 1936 con l’occupazione militare della Renania, in un clima internazionale totalmente mutato e degradato.
Dopo Locarno iniziarono gli anni della riconciliazione con la Germania (1925-1929): si passò da una politica caratterizzata da una pace imposta a Versailles, che conteneva in germe la Seconda Guerra mondiale, ad un accordo comune ed a un dialogo pacifico. Fu un incontro che suscitò molte speranze, poi disilluse, e che ebbe pure una grande eco a livello mondiale. Locarno divenne un Begriff, un brand, un importante marchio. Celebri Dancing Halls e Ballrooms a Londra, Glasgow, Aberdeen, Liverpool, ecc., stabilimenti balneari a Vancouver (Locarno Beach) portarono il suo nome, come pure alberghi, ristoranti, caseggiati, vie inglesi, tedesche, francesi e neozelandesi. Anche senza particolari operazioni di marketing e molta teoria, l’immagine di Locarno circolò nel mondo. E in Ticino “l’Esprit de Locarno” servì pure a creare le prime Ticinelle, false figure folcloriche locali.
Durante gli anni ’20 del ’900 i rapporti fra la Germania di Weimar e il nostro Paese furono ottimi grazie anche agli sforzi di Giuseppe Motta (1871-1940), ministro svizzero degli esteri. Con l’Italia la situazione fu più complessa. Le affinità linguistiche e culturali, ma non solo, di Motta con l’Italia erano evidenti: egli fu spesso rimproverato di eccessiva tolleranza nei riguardi del regime fascista, senza esserne stato un aperto sostenitore. Per Motta il Ticino era, citiamo, “schiettamente italico nel volto, nel costume, nella favella e nella tradizione morale”, ma la sua appartenenza alla Confederazione non fu mai veramente messa in discussione.
Durante quegli “anni ruggenti” Giuseppe Cattori (1866-1932), Consigliere di Stato, e Giuseppe Motta, Consigliere federale, furono i principali esponenti della destra conservatrice ticinese. Cattori pose le basi del “Governo di Paese” incentrate sull’intesa tra conservatori e socialisti, rappresentati da Guglielmo Canevascini (1886-1965). Vi era poi la questione ticinese: l’irredentismo difendeva l’italianità del Ticino e combatteva l’influenza svizzero tedesca, mentre la presenza di numerosi italiani che fuggivano il regime contribuì al delinearsi di un forte movimento antifascista, le cui attività diedero adito a numerose lamentele da parte di Roma. Lo scopo dei perseguitati politici non fu la ricerca della libertà ma di un luogo dove poter svolgere e continuare la lotta antifascista. Come fecero a partire dal 1967 i Palestinesi in Libano contro Israele. Molti entrarono in Ticino seguendo i sentieri dei contrabbandieri della Valle Morobbia. Altri si installarono nel Mendrisiotto e nel Luganese, dove si ritrovavano al Ristorante Morenzoni di Loreto e alla sede di Libera Stampa.
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25 novembre 2024
Dal Patto di Locarno del 1925 al Vertice di Ginevra del 1985
Il vertice di Ginevra del 2021 fra il presidente americano Joe Biden e il suo omologo russo Vladimir Putin è stato l’ultimo fra le Grandi potenze prima dell’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Una data che ha fatto ritornare il mondo al pericoloso periodo della “Guerra fredda”. Invece il vertice svoltosi a Ginevra nel 1985, ben 40 anni fa, fra i presidenti Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, gettò le basi per la fine della “Guerra fredda”. Allora c’erano ancora l’Unione sovietica, la “Cortina di ferro” e il muro di Berlino.
Quali incontri hanno preceduto il vertice del 2021? Furono quelli del 1925, 1938, 1945 e 1985: lo stesso secolo eppure quattro mondi totalmente differenti. In sessant’anni la configurazione geopolitica mondiale è stata completamente stravolta. Dalle ceneri della Prima Guerra mondiale nel 1920 nasce la Società delle Nazioni (SDN), propugnata dal Presidente americano Thomas Woodrow Wilson (1856-1924), alla quale però non aderiscono gli USA e la Germania. Il periodo che va dal 1919 al 1925 è economicamente e politicamente assai difficile ed è caratterizzato dalla volontà francese di porre Berlino nell’impossibilità di iniziare un nuovo conflitto. A Locarno si vogliono però porre i rapporti franco-tedeschi sotto il segno della riconciliazione e si nota un chiaro mutamento del posto riservato in Europa alla Germania, che passa dalla condizione di Paese vinto a quella di pari tra i pari. La Conferenza di Locarno ha luogo nell’ottobre del 1925 e riunisce i rappresentanti di Germania (Stresemann), Gran Bretagna (Chamberlain). Belgio (Vandervolde), Francia (Briand), Italia (Mussolini), Polonia (Skrzynski) e Cecoslovacchia (Benes). Secondo gli accordi siglati a Locarno e firmati a Londra nel dicembre dello stesso anno, la Germania, la Francia e il Belgio s’impegnano al mantenimento dello status quo territoriale, delle frontiere occidentali della Germania definite a Versailles e al rispetto dello statuto della Renania smilitarizzata. Il Patto è garantito da Roma e da Londra. Vengono inoltre conclusi trattati d’arbitraggio fra la Repubblica di Weimar (1919-1933) e i suoi vicini ad Est presenti alla Conferenza, coi quali essi si impegnano a risolvere pacificamente eventuali controversie. La Germania entra poi nel 1926 nella SDN. La riconciliazione è reale, ma facendo scartare dagli accordi il mantenimento delle frontiere orientali della Germania fissate nel 1919, Berlino fa implicitamente ammettere il principio della revisione del Trattato di Versailles. Come quest’ultimo, Locarno contiene purtroppo in germe una delle cause del secondo conflitto mondiale, e cioè le mire imperialistiche tedesche verso Est, che Hitler poi considerò come lo spazio vitale del terzo Reich (invasione e occupazione di Austria nel 1938, Cecoslovacchia e Polonia nel 1939, Unione sovietica nel 1941). Queste mire erano alla base della guerra 1914- 1918 e non sono mai state abbandonate da una parte della classe dirigente tedesca, ovvero politici e industriali che non hanno accettato la Repubblica di Weimar e che, pur non identificandosi col nazismo, a partire dal 1933 sostennero la politica hitleriana soprattutto in chiave anti sovietica e anti bolscevica.
Nel 1925 sotto le palme locarnesi il centro del mondo è dunque ancora l’Europa. Le grandi potenze sono Francia, Gran Bretagna e USA. Quest’ultimi, ridiventati “neutrali”, lasciano però campo libero in Europa ai loro alleati. Malgrado la loro partecipazione al confitto, gli USA e la Russia (diventata nel frattempo sovietica) sono i grandi assenti di Locarno. Ma ciò non impedì loro di operare dietro le quinte. L’Europa, grazie anche alle sue numerose colonie nei cinque continenti, può ancora decidere le sorti della politica mondiale.
Nel 1938 invece lo spirito di Locarno, che si voleva promotore di un lungo periodo di pace e di collaborazione internazionale, non esiste più de tempo. Nel 1936 Adolf Hitler denuncia gli accordi firmati da Stresemann a Locarno e occupa militarmente la Renania. Ma la stabilizzazione vacilla già agli inizi degli anni ’30 sotto i colpi della crisi economica, con l’arrivo al potere di Hitler e con l’avanzata delle destre nazionaliste in quasi tutti i Paesi europei. Lo spirito di Locarno dimostra pertanto quasi subito tutta la sua fragilità. E fallisce miseramente con gli Accordi di Monaco del 1938: passiva e colpevole accettazione europea dell’annessione dei Sudeti prima e dell’occupazione della Cecoslovacchia poi da parte del Reich tedesco. Paese spartito nel 1939 fra Germania e Ungheria e con la creazione dello Stato vassallo della Slovacchia. Mentre si assiste all’emergenza di grandi potenze quali Giappone, USA e URSS, il Reich e i suoi alleati europei nel 1942 dominano con la violenza quasi tutto l’Occidente.
Con l’Europa in rovina, nel 1945 dopo la Conferenza di Yalta risulta palese che i veri vincitori del conflitto sono le due potenze extraeuropee, gli USA e l’URSS, che in Crimea si dividono il mondo in zone d’influenza. A ritmo di “In the Mood” di Glenn Miller sembra però rinascere lo spirito di Locarno come espressione di una volontà di cooperazione pacifica fra gli Stati. Il nuovo equilibrio europeo e mondiale, impossibile nel 1919, si realizza solo dopo il 1945 con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), in un mondo però diviso in due e ormai dominato dalle regole e dalle logiche della “Guerra fredda”.
Nel 1985 la pace si basa perciò da quarant’anni essenzialmente sulla paura nucleare. Mosca e Washington si contendono il pianeta. L’Europa, divisa dalla “Cortina di ferro”, è diventata una zona d’influenza delle due superpotenze. Il destino del mondo non è più nelle sue mani e non ha più voce in capitolo. Se non come vassallo americano o sovietico. L’Europa si risveglia però in occasione del vertice di Ginevra del 1985. In tutto il continente riecheggia uno stesso slogan, ovvero “Reagan, Gorbaciov, il mondo non vi appartiene.” Due uomini si incontrano a Ginevra e decidono se vi sarà pace o guerra. Due uomini, due servi di uno stesso padrone, ovvero la minaccia nucleare, il cui obiettivo sarà di evitare che le loro rivalità si trasformino in uno scontro aperto.
Anche se la storiografia ufficiale tende piuttosto a trascurarlo, il Patto di Locarno non è dunque stato un avvenimento isolato nel tempo, bensì l’inizio di un rapporto nuovo fra gli Stati. Un rapporto in cui vige essenzialmente il dialogo a favore della pace, che in teoria dovrebbe ancora essere quello attuale. L’ordine europeo scaturito dopo il 1919 era debole e precario e per stabilizzarsi aveva purtroppo bisogno di una nuova guerra, ma pure del nuovo spirito diplomatico nato a Locarno. Concretamente, il Patto del 1925 non ha marcato l’inizio di un mondo nuovo. Ma sulle rive del Lago Maggiore è iniziata la volontà di cercare la pace tramite il dialogo, ricerca che costituisce pur sempre l’obiettivo primario dell’attuale politica internazionale.
A questo punto ci si può chiedere a cosa servano le conferenze sulla pace, le quali sono spesso osservate in modo critico e ritenute poco concludenti dall’opinione pubblica. Qual è l’obiettivo fondamentale di tutti questi vertici? Da Locarno 25 a Ginevra 85 abbiamo assistito al ristabilimento della volontà di dialogo fra gli Stati. Questo fatto è senz’altro importante anche se spesso i risultati sono stati deludenti. Ma finché c’è dialogo c’è speranza. Il dialogo è dunque un fragile ma pur sempre concreto elemento di un vasto processo dinamico che dovrebbe poter condurre l’umanità ad una pace vera. Ed ogni nuovo incontro fra rappresentanti di Stati rivali deve innanzitutto essere visto come un nuovo tentativo di riordinare i rapporti internazionali nel senso di una maggiore stabilità e, indipendentemente dalle incomprensioni reciproche, di creare le condizioni per conoscersi e rispettarsi.
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